Il cambiamento è vita

IL SORSO DEI DANNATI

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Un sorso, uno solo

Un sorso per i dannati.

Abbiate pietà e lasciateci marcire

in mezzo al lezzo di vomito ed ebbra.

Lì, tra le cosce del vizio,

lì, tra gli effluvi dell’euforia.

Non tendeteci la mano per sollevarci.

Ve la rifiuteremmo.

Ripudiamo la vostra salvifica compassione,

fuggiamo la vostra misericordia interessata

da buon borghese, come fa

il mostro col crocifisso,

il girovago con la carità.

Non tendeteci la mano.

Un bicchiere, piuttosto.

Quello sì che aiuterebbe.

Non volete?

Rifiutate con ipocrisia

quest’ultimo desìo

d’un condannato alle fiamme?

Giacché è lì che andremo.

Lo sappiamo quanto voi.

Lo sentiamo fin dentro le ossa,

il tristo fato che c’attende.

Coi suoi tentacoli ansiosi, c’attende.

Ansimanti.

Siamo stati noi a condurlo fin qui,

col fetore immondo del nostro animo putrefatto.

Dinanzi ai vostri occhi

scavati, increduli,

che chiedono venia, garbatamente,

chiedono di non assistere

a quest’ennesimo stupro.

Proprio non volete tenderci

quest’amaro pezzo di vetro

colorato del verde smeraldo dell’assenzio,

dell’ambra pregiata di Daniele?

Nemmeno adesso,

nell’irrecuperabile ora del decesso

che non farà mai più ritorno?

Ebbene, saremo noi a prendercelo.

Con la forza no,

non s’addice a por’anime quali siamo.

Con l’inganno piuttosto; l’intrigo,

il Teatro.

Dateci in pasto una maschera,

un ruolo, una marionetta.

Dateci un gaudente pubblico di saltimbanchi.

Non ne saremo mai sazi.

 

Un sorso, un altro ancora signore.

Ve ne prego, signora.

Pietà. Pietà per un peccatore infame.

Pietà per gli spergiuri,

gli illusi illusionisti,

gli affabulatori dalle guance tinte,

i ladri e gli adulteri.

Gli omicidi, quelli no.

Che fummo noi, noi prima degli altri,

ad inneggiare al valore delle lame,

così lucenti, così sfuggenti.

Così taglienti.

E proprio noi, ultimi ma in lizza,

ne pagammo lo scotto.

Mai più punte affilate nella realtà.

Solo in sogno.

E cos’è questo se non un sogno?

Un sogno dentro a un sogno

dentro ad un sonno a sua volta preda d’un sogno

illucido, forse.

Vi era un volta un re, seduto su un sofà…

Cos’è tutto questo, mio signore,

mio Giullare, se non un folle viaggio

nei meandri di questa mente decadente,

contorta dai colori dell’arcobaleno

e del niente?

Ora, delle note accompagnano il suo cammino

irto e precario

in un altro luogo, in un altro evo.

Voci di sirene l’attirano verso la rovina.

Quelle voci domani condurranno me alla mia.

Ma sarà un discendere dolce

verso gli inferi,

a braccetto con le nostre ballate immortali.

Adesso, cantano per lei.

Io le sento.

Arcangeli e satanassi ed anche uomini: i peggiori.

Per lei che, sola, seppe udirli

coll’anima accesa e il cuore saldo

la mente limpida, scevra.

Che il cielo a lei sia lieve quanto l’immortale pietra.

 

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Una Risposta

  1. Alberto Maugeri

    Sarà soltanto un sorso quello che tu chiedi ma non prendertela… io non riuscirei a lasciarti marcire.

    13 maggio 2015 alle 10:53

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