Il cambiamento è vita

Flash


L’urlo incompreso del Jazz

Jazz.

Se il jazz è il suono dell’anima, come ho forse sentito dire (o come ho forse immaginato di sentire), io ci credo. E ci credo proprio perché non esprime un bel nulla. Proprio come farebbe l’anima umana, qualora esistesse. C’è della rabbia in quel nulla. Ed è volutamente lasciata a briglia sciolta. Volutamente lanciata per aria, come una pallottola, per suscitare paura, o solo per avvisare, per mettere tutti sull’attenti. Il jazz è l’espressione pura del puro, astratto, e per questo ancor più tangibile, NON senso della vita. Lo sputa e lo grida forte e chiaro, senza peli sulla lingua. Come pescivendole al mercato che vogliano mettere in bella mostra se stesse e la loro mercanzia, così i jazzisti pretendono ascolto per i loro incomprensibili suoni. Potrebbe apparire semplice ignoranza la mia, o addirittura la critica di un’invidiosa, indispettita perché non riesce a
scorgere la grandezza di questo secolare genere musicale. Invece io ne scorgo, e penso pure di averne appena colto, proprio stasera, la genialità. La esalto, l’ammiro, lodo esterrefatta l’effetto riflessivo che ha avuto sul mio spirito. E al contempo la odio. Detesto la sua chiarezza esasperante che non lascia adito a dubbi sul suo intento. Amo, al contempo, il commuovente coraggio dell’enunciare una palese verità da sempre
tanto temuta dall’umano da non esser mai stata compresa, figuriamoci accettata.
Ma la verità messa in bocca a quella tromba è così laconica da nausearmi, spegnermi di bruciante consapevolezza.

Il jazz è puro caos. Vuole esserlo, è questo il suo
intento, il suo scopo primario. Se l’Urlo di Munch avesse un suono, se entrassimo in quell’angosciante dipinto, sentiremmo uscire da quella bocca/voragine spalancata quella tromba, dapprima baritonale, bassa da far vibrare le viscere, poi diverrebbe quel clarinetto acuto da spaccare i timpani e far sussultare, che enuncia il suo disperato sconforto… infine sentiremmo il resto. Una cacofonia imperterrita ed incessante, martellante, aritmica e più di tutto: VELOCE. Sarebbe tutto intorno, come sottofondo
petulante da cui è impossibile liberarsi, che non inghiotte il solista solitario suono invocante pietà, ma nemmeno gli dà fiato. Quel rumore, visto che altro non è, incarna il male dell’odierno. Calzante parodia di traffico: quello tipico delle auto in corsa, con la fretta che sprizza dai fanali, i claxon ad esplicarla più forte, i “vaffanculo” urlati dal finestrino. Quello del costante chiacchiericcio che da secoli, millenni, non si concede una pausa; il tramestio di sei miliardi di boccacce umane troppo piene di sé per ascoltare, impegnate solo a parlare di sé parlandosi addosso. Il traffico di chi non vuol concedere tempo per i lutti altrui, che pretende con saccente arroganza di far andare avanti una vita in cui s’illude d’aver trovato un perché, anche un misero stralcio di perché.

E quella tromba.

Quella straziante, disperata tromba che da sola tenta di ottenere uno spiraglio di silenzio, quel tanto che basta ad esprimere il suo impotente dolore. Appena appena vi riesce… e tutti applaudono, senza sapere d’esser commossi, perché il jazz è linguaggio
universale e parla ad ognuno di noi. Ci invoca, richiede discretamente attenzione per raccontarci una storia, tanti infiniti spezzoni di misera umanità.

Di quel padre affranto dalla morte del figlio. Di quella donna in lacrime per aver perso Lui e non esser mai riuscita a fargli capire quanto lo amava, quanto aveva incondizionatamente bisogno della sua mano nella sua. D’una carezza. E non sa perdonarsi d’averlo lasciato andar via. Senza combattere. Di luoghi e paesaggi lontani da fiaba russa di Kandisky, dove un commesso esaurito sull’orlo di una crisi di nervi vorrebbe scappare, correndo veloce per perdercisi.

La tromba jazz narra, triste e profonda, con voce roca e rammaricata da vecchio che sta per lasciare questo mondo sociale e rimpiange una gioventù che avrebbe voluto portarsi dentro per sempre, ma ahimè, gli anni l’hanno trangugiata, ed ora al suo posto resta un’età adulta ove l’animale della sfinge cammina a testa alta e su due zampe, troppo alto per notare i tesori terreni, troppo in basso per vedere dall’alto la
propria miseria. Ed il vecchio ammonisce: non farla fuggir via come una falena
intrappolata in una lanterna a olio, poiché è breve e si spegne ben prima di quel lume inutile che fa brillar gli occhi, la Vita. Lei. E alla fine non restano che ipocrite iene a spartirsi l’eredità.

Ma poi il tram tram di un violoncello privo di sale in zucca e d’una batteria disordinata interrompono il monologo dello strumento a fiato, rammentando che nulla ha un senso, che ognuno suona a suo ritmo uno stonato motivetto tutto proprio, disarmonico ed inadattabile a qualunque altro ritmo. Perché ogni ritmo è troppo diverso e unico per potersi davvero fondere con il ritmo d’un altro.

E la tromba perde il senno e diventa clarinetto.

Impazzisce e va senza ritmo, unendosi a un dilagante pandemico disordine: un casotto.

Perché? Perché il jazz esula fuori da ogni schema come se lo facesse apposta a non produrre nulla di orecchiabile, di melodioso? Semplice: perché ciò che è cantabile, ballabile, come un valzer, una samba o persino un brano metal in cui seppur nel caos vi è un ritmo uguale per tutti gli strumenti, non ha niente a che vedere con la Vita.

Perché la Vita è del tutto ARITMICA. E’ puro caos, puro astratto non senso, pura assenza di perché. Non ne aveva ai primordi, non ne avrà quando cesserà di esser Vita, e non vivrà più. Così il jazz vuole porsi in competizione con Lei. Del resto, come si suol dire, se non puoi batterli, unisciti a loro. Ed i jazzisti si sono uniti a lui,
all’imperante Caos vitale, tentando di batterlo alla gara “chi fa più insensato casino”. E ci riescono bene a contenersi la vittoria. Per cui quando si ascolta jazz non si ascolta per apprezzarne la sonorità, le note, la tecnica, bensì l’espressione del nucleo della vita, per carpirne il sussurrato messaggio: il Non senso. Questa è la filosofia del jazz, questo è ciò che ci motiva a star seduti per un bel pezzo senza poter battere le mani al tempo di qualcosa privo
di tempo.

 

E in tutto questo Lui disse:
“Tanto restano solo cinque giorni”…


CHIMERA’

 
Il deserto è arido e asciutto ed io sono nata su ginocchia sbucciate e tumefatte. L’esecuzione è vicina, attende il crepuscolo. E giustizia sarà fatta per chi ha osato ribellarsi alla propria condizione di nascita.
 
Lo senti ogni volta che cali l’ascia.
Avverti il mutamento nelle mie molecole, nel mio respiro; un disequilibrio insanabile che mi assottiglia le membra.
La mia carne è friabile e prima o poi cederà realizzando la sua massima aspirazione:
consentire a Gea di liberarsi dai parassiti che hanno infestato le sue sponde, infangato le brulle chiome, gettato sperma infertile, muco e feci su ciò che era nato per rimanere incontaminato.
Ma le scorie di un virus che da troppo tempo ormai soffoca Natura non danno segno di arrendevolezza.
La loro missione che manca di senso logico in ogni immotivata nascita mi tormenta.
Febbricitante mi dirigo progressivamente verso il conscio. 
Sbrano e sbriciolo ogni dogma che mi si stagli innanzi.
 
Lo realizzo mentre tu, umano, fiato di peste, malanno ebano tinto di chiaro sporco, cali l’ascia sul mio capo alzato: realizzo che tu non dovresti esserci…
 
Tu non ci sei
 
Non sei che finzione, agglomerato di maschere e ruoli di gioco. Non sei che putrido niente che marcisce sotto il suo stesso giogo. Scenario di legno dipinto in malo modo.
 
La lama scende inesorabilmente lenta, non sa di essere solo aria e vento ancestrale, il tutto privo di atomi e drammaticamente, comicamente, grottescamente immaginato.
 
Le nubi che t’oscurano son più solide di te, umano. La tua mano che mi minaccia è inodore insapore e incolore. Irrealmente nulla.
Cieca, sorda, muta. Non esiste. Tu non esisti. Mitologica invenzione. L’errore che è la tua esistenza viene rimosso da giganti immanenti e strainspiegabili. Le catarratte trascinano per sempre nei parchi abissi lo scempio che sei, tu e le tue azioni prive di ragion d’essere.
 
La lama dell’ascia sfiora i miei capelli. Sembra tagliente ma non recide alcunchè.
 
La lama è fittizia. Effimero niente in uno spazio sconfinato di sbagli che furono, che mai più saranno. Gli sbagli squittiscono indispettiti.
 
Scompari dalla mia vista, dai miei sensi, dalla dimensione post reale, mietitore umano ingarbugliato nel non senso.
 
Crolla la tua insensata civiltà eterea, apice di fabule senza lieto fine, senza morale.
Crolla ciò che mai avrebbe dovuto essere concepito.
La macchia è stata ripulita. Cancellata. Non c’è mai stata. Il fango è acqua depurata. Il male che è la tua specie viene richiamato dall’oblio tipico di ciò che non c’è, che non sarebbe mai dovuto essere. La ferita è rimarginata. Somatica, non esiste nè esisteva.
 
L’ascia ti cade dalle mani schiantandosi nell’arida terra gialla di steppe.
Umano mietitore, ti sciogli in urla e lamenti, strazi pesanti, mentre nel tuo sangue ti dissolvi e con te si dissolve tutto ciò che ti apparteneva.
 
Svanisco anch’io, estatica splendente effige, tua serpe mordace in seno. Assassina del nostro sangue di schegge e veleno.
 
 
 
La sfera continua a girare, perpetua. Per ora.
Non te l’aspettavi, umano mietitore, ma la vita ti abbandona e tuttavia continua il suo corso.
 
panta rei
 


Nel limbo dei miei sogni

 

Era notte tarda. Notte senza luna e con pochissime stelle. Una calura soffocante. Camminavo a zig zag sul solito marciapiede del solito quartiere, con la solita luce giallastra dei lampioni ancora funzionanti ad illuminare lo squallore di quella viuzza “per bene” con giardini più o meno curati (specie in quella parte di quartiere) e belle villettine. Sentivo solo il mio passo. Tum tum tum tum. Nel silenzio della notte non c’era altro che il mio passo ed il canto insistente e snervante dei grilli. Davanti a me, oltre la stradina piena di villette, la bambinopoli scassata con lampioni giallicci e alberi pendenti come vecchi moribondi, ecco il buio della campagna dell’entroterra siculo. Buio di colline e campi coltivati. Buio. Mi chiedo come sarebbe addentrarmici, seguire la strada che porta ai campi di spighe e magari perdermici dentro. Sarebbe simile ad un film horror di King? No. Non c’è nulla di anche solo vagamente horror in questo placido, monotono scenario. Eppure, pur nella totale mancanza di spettri, lupi mannari, demoni e quant’altro, questo paesaggio campestre mi terrorizza più di qualunque altra cosa. E se finissi qui i miei giorni? E se non li finissi affatto? Se morissi così, d’improvviso e rimanessi incastrata in un limbo che è esattamente questo quartiere, col comune bianco sporco, le erbacce miste alle aiuole, coi marciapiedi spaccati. Con l’odore estivo marcio di morte e di vecchio. Trascinando le braccia inerti, diritte come rami tronchi, ho immaginato la strada in bianco e grigio, le case diroccate, l’intonaco che cade a pezzi, i cespugli fioriti dei rovi che si diramano come un intrico alla Bella addormentata nel bosco. Ho immaginato di essere condannata a girovagare senza tempo e senza meta per queste rovine, in cerca di un’assoluzione. Per strada, prevedibilmente, nessuno. Solo io e la mia eterna condanna d’essere confinata nella mia personalissima gabbia fatta su misura. Avrei mai trovato la via d’uscita da un labirinto che, mio malgrado, conosco come le mie tasche? Qualcuno sarebbe mai venuto a salvarmi? Qualcuno avrebbe mai trovato la chiave che ho inghiottito? Lercia e madida di sudore trascorrerò i millenni in quella prigione per la mia mente e la proiezione mentale del mio corpo. Avrò almeno coscienza del mio stato, o perderò le mie facoltà mentali? Tutto sopporterei, ma mai perdere i miei ricordi. Ma cos’è peggio? Percorrere quelle strade fino alla fine dei miei giorni ignara di ciò che ho vissuto prima, nella beatitudine dell’oblio dato dalla dimenticanza da estraniamento, o percorrerle nel tormento dei ricordi di una vita fallita, nei ricordi di tempi felici e di campi elisi conosciuti che mai più torneranno? Avere la consapevolezza di aver, in un modo o nell’altro  gettato tutto alle ortiche e rendermene conto quando è ormai troppo tardi per rimediare? E non me ne farei una ragione, lo so. Mai. In tutti i meandri dell’immortale dannazione non me ne farei una ragione. Perché il tempo non guarisce tutte le ferite, specialmente quando non conosce fine.

Varcando la soglia di casa mi soffermo a guardarmi nello specchio posto all’ingresso della scala di granito. Scruto il mio volto. I capelli raccolti in alto vagamente ricci. I lineamenti solcati e seriosi di chi ha appena scoperto un’indicibile verità profana e mortale. Una follia in pillole di illogica consapevolezza. Immagino le rughe più profonde. Quelle sopra le sopracciglia, quelle attorno agli angoli della bocca. Mi chiedo se non ridendo mai ne avrò anche attorno agli occhi. La pelle ingrigita, una spolverata di neve sporca sui capelli e sulle sopracciglia. Bocca raggrinzita, secca, sottile. Sono vecchia. Sarò una vecchia grassa o un fuscello etereo? Le mani hanno macchie e causano ribrezzo a vedersi. Sono vecchia. E sono relegata nel mio limbo fuori dai confini del mondo, lontana ormai per sempre da concetti dati così per scontati un tempo, quand’ero giovane, come amore, compagnia umana, comprensione. Simbiosi.

Ora sono una ragazzina viziata col nero fin sotto le palpebre, giù, sino al mento. Piango. Faccio i capricci perché non sono capace di accettare la semplice bellezza di una sorpresa che rifugge il mio morboso controllo delirante. Ferisco chi mi ama e non lo merita coi miei sfizi da bamboccia sciupata e mai fiorita.

Ora sono creatura magica nata dalle risate d’una cagnolina, o da un arcobaleno, o da una mite speranza priva di radici forti. Ho poteri con cui posso ferire e lo faccio pur di fuggire in una città caotica piena di palazzi bianchi e videoteche che mi butta in mezzo alla strada, coi clacson che suonano e le ruote che agognano di mettermi sotto. Sono magica, ma non so volare e mi faccio una pozione magica con l’assenzio, in una bottiglia di vetro intarsiata di preziosi ricami incisi come fosse ghiaccio.

Ora sono una bambina dagli arruffati e gonfi ricci di nome Irene che piange a dirotto di un pianto amaro ed inconsolabile. Sono solo un sogno, proiettato all’interno di un sogno. Scandalizzo borghesi sempliciotti attorno a tavoli da pic nik. Una signorina grande, vestita stramba e col trucco pesante tutto nero e darkeggiante si vergogna di me e tenta di scacciarmi via dal suo sogno. Ma io, impertinente, non glielo consento. Continuo a piangere e nulla di quello che questa signorina contrariata mi dice è in grado di calmarmi. Lei non sa cosa voglio anche se ha passato quel che ho passato io, però riesce a svegliarsi, dentro al suo sogno, ed io scompaio nell’etere… e così lei si libera del senso di colpa latente di una bambina affetta da un morbo incurabile che nessuno conosce.

Ora sono tossica in una stanza dalle luci mortuarie giallastre e malaticce. Due tizi stanno inerti su scomodi sgabelli. Chissà se dormono, sono in overdose o son già cadaveri. Strani totem aztechi, maya, etnici che mi guardano con boccacce grottesche deridendomi. Salto su impalcature di fortuna per accendere i ceroni bianchi che stanno su ogni parete. Voglio luce bianca. Quella gialla è avvisaglia di putrefazione.

Ora sono sola in un immensa reggia principesca. Ha tanti scaloni in pietra e marmo bianchi ed enormi, immensi ascensori ampi quanto tutto un salone da ballo. C’è un terremoto. Sconquassa tutto. La folla si getta urlante verso gli ingressi. Tutti sono presi dal panico, ma dentro l’ascensore stanno stipate tre puttane, un prete e tanta altra gente e le puttane non vogliono mischiarsi con la plebe nella corsa per la vita. Sono puttane d’alta classe, cortigiane reali. Per loro vivere è scontato, non mettono in dubbio che così debba essere e che siano troppo belle perché la vita fluisca via dalle loro candide braccia immacolate e la morte sciupi le loro guance rosee di cipria, i loro seni prosperi. Anch’io sono in quell’ascensore e vorrei semplicemente scappare. E’ ovvio che quell’ascensore non possa funzionare. Siamo nel bel mezzo di un terremoto che apre ampi scorci nel pavimento, scorci che sprofondano nel nulla al centro della terra. Persino le tre prostitute alla fine, vedendo cadere ed infrangersi i preziosi lampadari di diamante e cristallo fino, si decidono a darsi ad una indegna fuga scalmanata verso le scale. E diventa una lotta per la sopravvivenza. Sono tutti in gruppo. Tutti hanno qualcuno. Ma io lotto da sola, nessuno mi fa compagnia. Nessuno mi incita a correre più forte verso l’uscita, via da quel palazzo che crolla. Nessuno mi tiene per mano e mi trascina verso la salvezza, ma ci arrivo comunque. Esco e trovo i superstiti della catastrofe. Esco, e sono ancora sola.

Ma sono viva.

Ora sono di nuovo vecchia. E così finirò.

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PUNTI FOCALI

Io vedo:

punti di partenza e punti d’arrivo.

Mète mai raggiunte ma perennemente prefisse

o già abbandonate.

Filari di punti senza orizzonte.

Masse informi apparentemente prive di ragion d’essere.

Coesistenti fra loro, i punti cozzano

esibendo tutta la loro offuscata lucentezza,

in un tempo ormai remoto

capace di dirigere la mia scarna figura verso nitidi scopi.

Flebili scintille di futuro e passato congiunti a nozze

i punti che han solcato le sconfinate distese di marosi,

che altro non sono né vogliono essere

se non il protrarsi del mio roco irregolare respiro:

la mia permanenza nella vastità del cosmo.

Si susseguono, gracili ma tenaci,

i punti focali della mia vita.

Come gradini grezzi utili per scalare una roccia scoscesa,

attendono di adempiere al proprio fine.

Ma la materia di cui son fatti è friabile, facile a sgretolarsi,

instabile come la consistenza morale che dovrebbero reggere.

Incerta cauta e tremante d’inquietudine

avanzo sugli spuntoni.

Il perché io mi ostini a proseguire in quest’irto cammino,

non m’è dato saperlo.

Tutto è permeato da dubbi che si accalcano senza posa.

Assillanti. Martellanti.

I punti rimangono al loro posto.

Impassibili. Asettici.

Venutisi a creare in un’aurea epoca,

al principio delle mie capacità esplicative,

i punti sono tutto ciò che mi resta.

Adesso però, mentre li osservo dissolversi languidamente

dileguandosi in una pozzanghera di niente ceruleo,

mi domando se siano mai esistiti realmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Frattanto:

le chimere ruggiscono accasciandosi al suolo, sconfitte;

le utopiche ali di pavone

non reggono il peso delle ambizioni e precipitano spiumandosi;

i valori austeri cadono dal piedistallo tirato a lucido

sozzandosi di scuro fango grumoso.

Realizzo che tutti i miei punti fermi hanno fallito.

Hanno ceduto al logorio e alla decadenza.

Non sono stati sufficientemente forti e m’hanno abbandonata.

Su quale sorta di miraggi avevo riposto ogni speranza!

 

Pertanto:

i miei punti si riducono ormai

ad una indicibile degradante debolezza.

Realizzo che sono io ad averne tradito la fiducia.

Loro, che supplicavano di essere custoditi e perpetuati

bussando alle porte della mia coscienza,

mendicanti incalliti in una gelida notte senza luna.

Fisso le mani ov’erano le mie fondamenta.

Scorgo solo pallidi segni che ne solcano la carne.

Patrimonio genetico inconsistente.

Sono un tetto diroccato, sospeso, non ricopro più alcun abitacolo.

Crollo in rovina.

Sono un vile volatile in volo. Non ho un sol ramo, un nido su cui posarmi.

Sono ape senza polline, farfalla privata di fragranti boccioli.

Le mie ali avvizziscono.

Biscia senza tana io. Lacrima senza volto da cui nascere.

 

 

Unico punto focale, nascosto in un angolo imperlustrato, resiste.

Etereo e prossimo a svanire, ma c’è ancora.

Sporco e crudo, ebano e perverso, ma dall’appena percettibile nucleo latteo:

 

l’IO.

 


Epitaffio del Mondo

Mi trovo davanti ad una lapide di pietra bianca. L’epitaffio reca la scritta: 
“Mondo,
presto.”
Alle spalle della tomba c’è un immenso schermo da cinema su cui vengono proiettate diverse scene, una dopo l’altra, in un ritmo frenetico che mi impedisce di distinguerle tutte. Vedo guerre d’ogni epoca, campi di concentramento, bombe che esplodono, la caduta delle Torri Gemelle, dittatori che parlano a folle che si ammazzano, donne stuprate, madri che ammazzano i figli. Sangue e morti dappertutto. Mi volto sconcertata e vedo che la lapide del Mondo si è ingigantita per tutto il peso di ciò che contiene.
Sull’epitaffio ora una scritta diversa:
 
Occhi pesti
consumati, eclissati, abusati.
Cos’avete visto?
Cos’avete profanato?
Occhi pesti,
color nero buio,
ebano e albicocca per contorno.
Occhi mesti.
Il mondo vi ha costretto
a solcare la falange dei suoi confini
varcando restrizioni terrene
per ascendere alla profondità degli abissi.
Abissi pesti.
Abissi mesti.
Era questo ciò che volevate?
Giungere al fulcro d’ogni verità,
cavarvi le cavità oculari
e gettarle in pasto alle fiere affamate,
araldi di conoscenza,
custodi di chiarezze ambigue?
L’avete preteso,
oltraggiando voi stessi,
la vostra natura di puri occhi umani indegni,
occhi limpidi. Occhi vuoti.
Avete violato la purezza dell’ignoranza
per acquisire metodi fallaci di verità.
Astri incandescenti,
le verità vi han reso PESTI!
Giacchè le pupille della specie virale vostra
non son state create per carpire
ma solo per accettare inganni e compromessi.
La verità vi ha resi oscuri, dardeggianti d’isteria!
Rabbia, vomito, disgusto, ripugnanza
vi han resi semi cechi,
ebbene, nella vostra putrida cecità rinnovata,
VEDIATE PURE, ORA!
Occhi pesti,
affacciatevi fuori dalle vostre calde membra.
Cosa vedete ora?
“La fine degli albori e della luce.
Vediamo…
occhi pesti.”
Ai piedi della lapide vedo uno specchio meraviglioso, in argento lavorato. Mi ci guardo e riflessi vedo solo i miei occhi completamente neri e pesti.
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IL BLOCCO

Non lo ricordo nei miei giochi d’infanzia. Non era presente nei giorni in cui la mia anima non aveva ancora il trucco disfatto, né borse sotto agli occhi per le molteplici notti in bianco. Lui non era nella mia culla, né nel lettino con lenzuola candide che odoravano d’ammorbidente e detersivo. E’ arrivato dopo, ma… dopo quando? Non rammento il giorno esatto in cui sia comparso nella mia esistenza o l’abbia visto per la prima volta all’angolo della strada. So solo che una notte mi sono svegliata bruscamente, in preda al panico, con un forte senso di soffocamento… Lo spazio solito del mio letto pareva ora notevolmente ridotto così mi sono voltata e l’ho visto al mio fianco. Tutt’intorno era scuro e tenebroso cosicché non potei distinguere i suoi lineamenti. Nella penombra vidi solo due labbra umide, turgide e semi carnose. Fameliche. Tentai di toccarlo per distinguerne meglio i tratti, ma tra le mani mi ritrovai solo nebbia e vento. Tesi le narici per odorare la sua essenza, ma non percepii alcun odore al di fuori del fresco delle lenzuola. Allora lui mi portò al suo membro senza che quasi me ne accorgessi e mi nutrì dei suoi umori per la prima volta. Ricordo che da allora non potei più farne a meno. La mattina seguente non era più nel mio letto, ma avvertivo la sua presenza tangibile, ovunque, in ogni atomo, come anidride carbonica. Era dappertutto, lo sentivo denso e asfissiante come un foulard annodato stretto stretto al collo. Come una morsa allo stomaco. Un macigno sul cuore.

Lui è uno scoglio indefinito, lo distinguo a stento, ma è presente, mi opprime, mi spinge. Non è delicato, non è amico, non è chiaro, non riscalda. E’ nebbia, confusione: la mia più grande finzione… Mi cammina affianco sempre, ma non per questo è di compagnia. Lui non spiccica parola e se cerco di parlargli, conoscerlo, Lui, mera presenza canzonante, fa il sarcastico, divertito dai miei futili tentativi di comprendere. E’ permeato d’un alone di mistero, da pallore lunare… Con un ghigno effimero mi si rivolge compiaciuto, ben conscio del turbamento che mi provoca. Contento e soddisfatto, non interrompe mai il contatto. Presenza muta e trascendente, non risponde ai miei perché, ma mi lascia perplessa, spaurita, valutandomi, indifferente, mi smussa, deprime, butta giù. Mi tira verso il basso, magnetico, e con un pugno, uno spintone, schiaffo, carezza, fa pressione su di me. Lui è un amante appiccicoso, inesperto. Lui… ansima. Mi sfinisce, mi consuma, ed io, sballottata e totalmente disorientata fuggo al mio niente invano, poiché non è in nessun luogo, fuorché dentro di me, penetrato senza consenso. Mi ha stuprata! Violata! La mia anima ha lacerato! Mi circonda con le sue braccia, a volte mi culla dolcemente, da sinistra verso destra, irretisce i sensi che lastrica d’oblio. Lui è una puttana astuta, che sa far bene il suo lavoro, rilasciando endorfine che lungo il mio corpo sciupato regalano orgasmi a metà, mi scuotono, incompleti, lasciandomi l’amaro in bocca, acidi… scivolano lungo la nuca, le estremità del corpo. Li sento sotto la pelle, lungo le gambe e non mi saziano mai. Lui è una droga delle peggiori, un allucinogeno, LSD, morfina pura, un dolce tormento cui non riesco a rinunciare. Mi nutro solo dei suoi umori ormai. Nessun altro ne ha d’eguali. Il suo seme è agrodolce. Mi riempie gola e viscere. Lo trattengo sotto al palato, me ne delizio, io: insaziabile, immonda ingorda, non me ne faccio bastare mai, ma perenne schiava lo invoco. Lui, mestamente, me lo concede, inebriandomi del suo vino, accorto a non farmene mancare, benché non risponda ancora alle mie domande e non mi dica mai il suo nome, né dichiari il suo amore. A volte picchia, picchia forte e senza pietà. Mena duro, colpo su colpo, senza tralasciare un solo lembo di carne, incredibilmente preciso. Non mena me, bensì la mia Coscienza, che come una cagna bastonata mugola, martoriata e ferita. Dopo però, i lividi spuntano addosso alla mia Anima, che è piena zeppa d’ematomi e graffi laceranti. Lei, misera barbona, strascica tra una remora ed un rimpianto, impotente, disarmata, sedotta e viziosa come me, si copre con vecchi fogli del “Libertà” quasi fossero calde coperte di cashmere. Il trucco adesso è disfatto negli occhi stanchi della mia Anima, ombre viola incidono oscurandone la vista. Ha gli occhi gonfi di pianto e di botte. Ha gli occhi esausti: perduti. Lui, però, non se ne avvede neanche un po’. Il suo obbiettivo sono io… sempre e solo io… E’ me che vuole: consumarmi, divorarmi a grandi morsi voraci ed io, d’altronde, ho bisogno d’esser morsa da quelle labbra seducenti e inumidite. Ci nutriamo a vicenda, come due lupi cattivi affamati (anche se qui l’unica con le sembianze di Cappuccetto Rosso paio io), io del suo sperma che m’avvelena e lui della mia Anima oramai nera e sbrindellata. Lui c’è da sempre e non c’è stato mai. E’ il nodo alla gola che mi coglie d’improvviso nel bel mezzo delle lezioni, nel traffico, nel sonno… e comanda alle mie iridi di bagnarsi. Adesso Lui ha il pieno controllo delle mie facoltà: tutto il mio essere è alla sua mercé e se provo a ribellarmi, il foulard invisibile che mi attanaglia il collo stringe più forte. Non so chi o cosa sia… Troppe volte gliel’ho chiesto nelle notti buie ottenendo solo mutismo, vacui sorrisetti deridenti da quella dannata bocca sardonica e beffarda. E’ la morte? La figura del padre che non ho mai avuto? L’amico immaginario o il mostro sotto il letto? Niente di tutto ciò, ne sono sicura, perché ho la certezza assoluta che sarebbe sufficiente identificarlo per scacciarlo. Lui non mi ama, non mi vuol bene, non prova sentimenti né ha sensazioni, impressioni, emozioni. Chissà se i corpuscoli della sua pelle avvertono il contatto con la mia, se il suo olfatto percepisce il mio odore, se la sua lingua gusta il mio sapore. Ignoro persino se ce l’abbia un naso, una pelle, delle labbra in carne ed ossa. Quando cerco di afferrarlo, scuoterlo, fargli del male, mi getto sul niente e non afferro che il niente. E’ capitato ch’io mi sia gettata a terra gridando disgraziatamente. Ho battuto i pugni sulle fredde mattonelle del pavimento. Ho riempito di lacrime amare, muco e saliva, una pozzanghera per terra, come Alice nel paese delle meraviglie. M’è parso d’annegarci dentro. Gli ho sputato contro insulti scurrili, con rabbia e paura, perché ciò che non si conosce tende spesso e continuo ad incuterci timore. L’ho implorato, supplicato, di andarsene, di non farmi più sentire la sua opprimente, soverchiante presenza, di liberarmi dalla dipendenza che, mio malgrado, ho di Lui, che pure è il mio male. Sapevo che finché non me ne fossi liberata sarei rimasta per sempre incapace di vivere ed amare, di aver sogni tranquilli, anche solo di respirare autonomamente. Ma tutte le volte che mi vedeva, isterica, torcermi le dita e strapparmi i capelli, restava in silenzio, rincantucciato in un angolo, assistendo indifferente, con vaga ironia ed autocompiacimento. Il suo sguardo parlava al suo posto e sembrava dirmi che avevo bisogno di Lui, che non potevo cacciarlo via: che non volevo farlo. Quando l’avrei accettato passivamente come componente integrante della mia vita ed avessi smesso di combatterlo, avrei trovato serenità. Una trappola! “Rassegnati bambina, arrenderti ti condurrà ad una pace apatica, alla non vita, non pensiero, non cuore, non niente, ma poco importa, questo è il massimo cui tu possa aspirare!”

“NO!”, imprecai al muto ricatto insidioso che aleggiava ancora intorno, ronzandomi fastidiosamente nelle orecchie: “io mi libererò di te! Vedrai! Riprenderò in mano le redini della mia vita, che tu mi hai sottratto: lo giuro!”

Quante volte ho urlato con foga queste parole al nulla, indirizzandole a Lui, alla sua beffa, al riso di scherno. Ma dopo poco ho sempre ceduto, sconfitta dal bisogno impellente ed irrinunciabile. Così, rantolando a gattoni mi sono diretta a testa bassa verso l’unica fonte cui avrei potuto ristorarmi, a cogliere il seme di quella droga che in un asso di tempo incredibilmente tedioso mi stava contaminando il cuore. Ne succhiai fino all’ultima goccia malata.

 

 

Poi una notte accadde.

Mi ritrovai in un luogo buio. Non distinguevo nulla. Tutto intorno l’oscurità era palpabile… pesante. Lasciava tracce d’umidità sulla pelle, mentre i vestiti si facevano fradici. D’un tratto vidi ergersi davanti ai miei occhi un muro immenso. Non riuscii a vederne la fine, tanto era grande. Il cielo sopra di me era grigio scuro, privo di nuvole o sfumature; solo quel grigiore immutato, monotono e deprimente, che tuttavia non rischiarava per nulla il buio del sinistro ambiente in cui mi trovavo. Il muro era composto di mattoni ed in mezzo mi parve di scorgervi delle labbra inumidite e succose; ma fu solo un attimo, pensai ad uno scherzo della mente. Davanti a quella barriera mi sentii impotente, mi feci piccola piccola, come in trappola. Bloccava non solo il mio corpo, ma tutta me stessa, cuore e pensiero. Mi sentii incapace d’amare ed un gelo profondo mi pervase dalla testa ai piedi, fin dentro le ossa. Non potevo tollerare quella muraglia. Sentivo la necessità irrinunciabile di attraversarla, di andare oltre. Allora cominciai a toccare ed esplorare la sua superficie, percorrendo la sua grandezza per intero, agli estremi dei quali c’era ancora la stessa soffocante oscurità. Man mano che le mie mani lo studiavano un mattone si scostò e poi un altro e un altro e un altro ancora. Continuai con tutte le mie forze a distruggere quell’ammasso di mattoni ed ogni volta che, con tanta fatica, ne cavavo fuori uno, me lo gettavo alle spalle ed esso scompariva dissolvendosi nel nulla. Bizzarro! Più me ne sbarazzavo, più mi sentivo leggera… da tutti i punti di vista. Il mio corpo divenne inconsistente, la mia testa trasparente, lieve e leggera dopo tutto quel senso di soffocamento avuto per… chissà quanto tempo. Vedevo diminuire il volume del muro via via che eliminavo i mattoni e sembrava sempre meno imponente, sempre più fragile, quasi lo si potesse sgretolare con un soffio. Oramai ero allo stremo delle forze, madida di sudore… grondavo fatica, le braccia doloranti, la schiena a pezzi. Avevo solo voglia di mollare, di arrendermi. Chinai il volto verso terra priva di forza e speranza, ma m’imposi di continuare. Non potevo mollare proprio adesso, così, armata dalla nuova volontà auto imposta che la disperazione mi conferiva, continuai il mio “lavoro”, mattone dopo mattone, pietra dopo pietra; peso dopo peso. Persi la cognizione del tempo e continuai con mani sanguinanti e piene di vesciche per quelle che mi parvero ore, mesi, anni. Più andavo avanti, più capivo: ogni masso era una colpa o una paura che stavo affrontando e sollevando gettandomela alle spalle, ogni pietra una parte di Lui… e fu solo rimuovendo l’ultimo pezzo che mi resi conto di essermene finalmente liberata! PUFF! Lui era scomparso come se non ci fosse mai stato. La mia gola respirò aria pura a pieni polmoni senza quel foulard. Non avvertii più il bisogno del bianco veleno di lui. Davanti a me, oltre quel muro ormai abbattuto, vidi me stessa in uno specchio. Osservai l’essere che ero diventata, la penosa condizione in cui avevo ridotto la mia anima. Furiosa, odiai quell’immagine perversa ed urlai con quanto fiato avevo in gola. Il mio grido si levò lancinante, privo di parvenze umane. Parve amplificato da una eco sconosciuta ed arcana. Si estese all’infinito con violenza inaudita , facendo fremere il vetro. Poi, questo, si ruppe in mille frammenti che schizzarono via attraverso lo spazio, l’etere e il tempo. La mia bocca, ottenuto lo scopo, si richiuse ponendo fine a quello scempio. Vidi una ragazza che dormiva beatamente sotto lenzuola profumate di lavanda. Il suo volto era disteso, l’espressione serena. Un lieve sorriso alitava su labbra simili a petali d’orchidea umidi di rugiada. La sua pelle era pulita, gli occhi riposati. Amai quel volto che era il mio ed abbassai le palpebre per assaporare il momento. Quando le riaprii ero io su quel letto, tra quelle lenzuola. La finestra di fronte era spalancata ed un caldo sole estivo gioiva del mio risveglio. Lui era sparito, nel sonno avevo finalmente smascherato la sua identità, annientandolo.

Lui era quel muro, era quello specchio. Era la forza che mi aveva impedito di vivere per tutto quel tempo, che non mi aveva dato tregua mai.

Lui era IL BLOCCO.

 

 

Uscii fuori ed amai come si ama quando si è riconciliati con se stessi e con l’universo, come quando si sono rimarginate le ferite della coscienza, curato l’anima: con un cuore.

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