Il cambiamento è vita

Le amarezze scialbe

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NON PERDIAMOCI DEL TUTTO

“E comunque vada tra noi non vorrei perderti del tutto. Quando sentirai di riuscire a parlarmi fatti sentire.”

Non perdersi del tutto. Ma che vorrebbe stare a significare? E ché, adesso le persone si perdono anche un pezzo per volta, a percentuali, a porzioni? Prima un naso, poi una mano, poi una bocca? Infine, come ultima cosa, i ricordi? Perdere i difetti, mantenere solo le virtù? Eliminare il brutto che c’è in tutti, salvando solo il necessario, solo il salvabile? Il tutto per la parte o la parte per il tutto. Perdersi per poi ritrovarsi. Perdersi e basta. Perdersi per non pensarci più. Come bere un bicchier d’acqua. Perdersi perché è più facile che aversi. E’ più facile perdersi che trovarsi, e mantenersi. Mantenersi, soprattutto. Mantenere integri identità e principi, ideali e ambizioni, sogni e visioni. Quelli condivisibili e quelli che non. Quelli che creano progetti in comune, proiezioni di mondi futuri possibili e lontani, poi non così lontani, solo potenzialmente realizzabili. C’è da metterci i mezzi. Quelli, invece, non condivisibili. Solitari e per loro stessa natura, non comuni né comunicabili. Perdersi e non parlarsi, non bisticciare, non raccontarsi, non condividere, non comunicarsi più. Perdersi per comunicare, a distanza, dietro i paraventi filtrati della civiltà, della nonchalance simulata, del buon viso a cattivo gioco, delle apparenze simulate, della maschera da mostrare, del costume e società, del sorriso di circostanza, della buona creanza, della ipocrisia colta in flagranza. Perdersi poco o perdersi molto, tutto d’un colpo, di botto, senza preavviso, senza countdown, in un baleno, come un fulmine a ciel sereno che ha squarciato uno status quo a colpi di qui pro quo, schianto nel buio, botta nel sonno, insopportabile sveglia, di quelle proprio i n s o p p o r t a b i l i che traumatizzano senza far acclimatare alla soglia labile e imperitura che separa il sonno dalla veglia, il facciamo finta che dall’adesso facciamo sul serio. Perdersi a poco a poco, con delicatezza, senza fretta, discendendo con discernimento lungo il declivio dell’edulcorato educato rispetto reciproco, il pendio della metabolizzazione, implicazione inalienabile del trapasso a una condizione differente che sprofondi nell’indifferenza generale di un non sentire affettato, appena appena apatico, a poco a poco mitigato nel normale, nel di norma così van le cose e non c’è niente che si possa fare se non rassegnarsi e perderci le speranze. Perderci. Noi. Voi. Loro. Essi. Egli. Lui. Tu. Io. Perdersi nell’oblio del “ho sentito dire che adesso fa, dice, pensa, lavora, cammina, esce, eccede”. Ecce l’ombra. Ecce il pezzo. Quel pezzo che si tentava a tutti i costi di tenere stretto tra le dita, di non lasciare andar via, di trattenere, imbrigliare, afferrare, ancorandosi ancora a precedenti reminiscenze di perseveranza caparbia e cocciuta, preservando il personale attaccamento alla perdita del perso perdersi, del proibito provare a procacciarsi un ultimo gheriglio di pastosa protervia sentimentale, di possibile panoramica retroattiva proiettata verso piccoli spiragli di pericoloso sperare di mantenere. Mantenersi. Perché è più facile, prevalentemente e preminentemente più facile è perdersi, che non mantenersi. Mantenersi, soprattutto. Mano nella mano, mollica dentro al pane, mantecarsi in un tutt’uno di meriti persi in incontrastati detestabili imbattibili demeriti. Masticando un malcelato volersi staccare a morsi pur di ingerirsi e non perdere il tutto, ma rubare qualcosa, anche di poco conto, purché digeribile. Un lembo di pelle, un dito del piede, un polso, un fianco, uno sfintere, un collo, un brandello di nuca odorosa. Un pezzo qualunque, una parte qualsiasi. La parte per il tutto o il tutto per la parte? Mantenere un pezzo, perché tenere unito il tutto è troppo difficile e bisogna scendere a compromessi pur di non perdere. Perché perdere il quasi tutto è sempre meglio che perdere del tutto, completamente, definitivamente, senza remissione di peccati o revisione di colpa. Così si perde. Per mantenere. Per tenere. Per tenersi. Si perde e ci si perde per non perdersi e prepotentemente si perdono le occasioni di non perdere neanche un piccolissimo punto nella retta infinita della pruriginosa pachidermica parte che perdona ma che non partecipa, che picchietta alle porte della partitiva tardiva presa di coscienza, ma che, particella perdente posta a pseudo principi di puntiglio puntualizzato e puntualizzante, povera di tutto, possedente niente, parca di peccaminosa volontà di mantenersi parte attiva della partita, non si mette in gioco, e non percepisce né prosegue né punta all’amore, ma a se stessa mente e perdendo si perde e ci si perde, se non del tutto, anche solo in parte, il tutto non è che una parte e una parte non è mai il tutto.

pp


Ad Amore somiglia il mio amore

Ad un nobile falco ferito
somiglia il mio amore.
Il suo maestoso volo spezzato
mi riempie di dolore e rimorso.

A voi dico:
Amatelo. Amate il mio amore.

Amatelo voi tutti, genti
d’ogni tempo e d’ogni luogo,
provenienti dalle vite più disparate,
che siate santi o peccatori,
dall’animo mite o corroso dal carbone.

Amatelo e rendete grazie
per ogni istante in cui v’è dato
il privilegio di rimirarlo.

Amatene la forza e la temperanza,
il fulgido taglio delle piume
color terra fertile,
l’acuto occhio fiero,
vigile ed accorto, incline al pianto
ma mai privo di contegno.

Amatene il portamento trasudante dignità,
onestade e tutte quelle virtù
tanto care alle divinità della luce,
tanto carenti negli uomini.
E in me.
Amatelo.

Ve ne prego: AMATELO.
E ricopritelo di doni immanenti
e d’attenzioni permanenti.
Valorizzatelo in ogni suo movimento.
Trattenete il fiato
quando scende in picchiata.
Gioite quando ascende al cielo
come araldo di speranza,
alto come il sole
e come lui sorgente di vita.
Amatelo.

Ad un’aquila romana
nel mirino del crudele cacciatore
somiglia il mio amore.
E sono le mie
le mani sporche di sangue
che han premuto il grilletto.

Mia è la colpa mai espiata
d’aver spezzato il suo volo
d’aver piegato la sua forza
d’aver deriso la sua temperanza
d’aver sciupato il fulgido taglio delle piume
d’aver appannato il fiero occhio suo
d’aver offuscato dignità
d’aver spento il MIO sole
d’averne prosciugato la sorgente di vita.
Ho reso opaco il mio amore.
Amatelo.

Ad un canarino in gabbia
Somiglia il mio amore.
Ed io ne son meschina carceriera.
Amatelo.

Ad un usignolo in agonia,
stretto tra il suolo e l’oblio,
tra la terra e la morte,
somiglia il mio amore.
Vorrei essere quel suolo
che lo tiene attaccato al giorno,
al respiro flebile che cade.
Ma sono la Rovina armata di falce
che lo strappa alla vita.
Amatelo.

Amatelo sempre
e non solo quando vi fa comodo.
Amatelo forte e non cessate mai
di sbatterglielo in faccia
come fanno le onde sugli scogli.

Amatelo col primo perlaceo barlume dell’alba
e amatelo col sorgere di Sirio al crepuscolo.
Amatelo e non fategli mancare nulla.
Fate che non patisca il male mai più.
Amatelo.

Vi supplico! AMATELO.

Amatelo come io l’amo.

Più di quanto abbia fatto

e meno di quanto non farei.


Da un vecchio amante

L’immobile silenzio del tuo sonno
Dischiude un lieve sorriso
Nascosto da sogni indicibili.
Il tremulo movimento
Del tuo corpo opalino,
L’innocenza del tuo candore,
La frenesia del tuo nero corvino,
Il tuo corpo fetale
Chiuso in una preghiera,
Il tuo seno madido e caldo,
I tuoi capelli frusti e cattivi,
La tua farfalla impressa
Come stigma del tuo folle movimento,
Come stemma della tua leggerezza,
Una farfalla che sfida i venti
E trema in solitudine
Nel roveto spinoso del viaggio inconoscibile.
Il tuo nero arrogante
Sfida la morte incombente
Nella tua voluttà smaniante,
nella tua farfalla cangiante.
Io ti vedo in un sonno di bambina,
Nell’incedere del tuo lieve respiro
Che è come il mio,
è più leggero del mio.
Stamani la Morte è più lontana dal nostro abbraccio.
F. B.
28-06-08
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La scatola

 
Ho messo via un pò di rumore, dicono che così si fa. Nella scatola gialla col suo nome inciso sopra da una trattopenna nera, adesso si trovano quattro cd con una copertina un po’ originale… fogli cartacei a quadretti, scritti a mano, con caligrafia maiuscola, blu, forse un poco infantile, ma del resto si sa, nella grafia di qualcuno si carpisce sempre un po’ della sua essenza. I cd riportano tutti una dedica… non li ha mai sistemati con un qualche ordine specifico, niente tappe, o cronologia, niente "primo, secondo, terzo", "un, due, tre… si parte". Solo quelle parole, quelle scritte. E mi piace credere che pensasse a me quando le ha fatte. Mi piace convincermi che le sentisse davvero, in qualche angolo recondito del suo corpo, magari in quella parte che ha smesso di usare chissà quando,
o che forse non ha usato mai. 
 
Il primo cd, primo almeno secondo l’ordine casuale con cui li prendo tra le mani, quasi col fiato sospeso per il timore di avere un qualche flash back nel solo sfiorarli, di vedere riaffiorare il suo volto banale ancora una volta nella mia memoria sempre meno obiettiva,  contiene in sè:
 
1) Io della vita non ho capito un cazzo, Caparezza
2) Ballo in fa diesis minore, Branduardi
3) Venerdì 17, Fabri Fibra
4) Hey Dottore, Prozac +
5) I duri hanno due cuori, Ligabue
6) Non è tempo per noi, Ligabue
7) Tra palco e realtà, Ligabue
8) Tutti vogliono viaggiare in prima, Ligabue
9) Voglia di caffè (parlato), Ligabue
10) Sulla mia strada, Ligabue
11) Lontani dal mondo, Negrita
12) Seduto in riva al fosso, Ligabue
13) Un senso, Vasco Rossi
14) Quello che sei per me, 99Posse
15) Drive, Rem
16) La donna cannone, De Gregori
17) Ti sento, Ligabue
18) Almeno credo, Ligabue.
 
In fondo, scritto grande e doppio, a stampatello, puerilmente, teneramente:
"Ci han concesso solo 1 vita, soddisfatti o no qua non rimborsano mai!"
Chissà se già nello scriverlo, a suo tempo, sapeva quanto fossero vere quelle parole…
 
Il secondo cd:
1) Doppiamente fragili, Anna Tatangelo
2) Dove fermano i treni, Ligabue
3) Vengo dalla luna, Caparezza
4) Certe notti, Ligabue
5) Tutte le strade portano a te, Ligabue
6) La porta dei sogni, Ligabue
7) Destinazione paradiso, Gianluca Grignani
8) Eppure sentire, Elisa
9) Viva!, Ligabue
10) Lunaspina, Fiorella Mannoia
11) Angelo della nebbia, Ligabue
12) Ho messo via, Ligabue
13) Tu che conosci il cielo, Ligabue
14) Metti in circolo il tuo amore, Ligabue
15) Voglio volere, Ligabue
 
Sempre in fondo, sempre a stampatello grande, sempre bambinesco, sempre tenero:
"Questa qua è x te, ed anche se non è un granchè ti volevo solo dire che era qui…"
Già. ERA.
 
Il terzo cd:
stavolta in cima, niente scrittura doppia, ma ugualmente sua:
"GUARDA TE, COME MI SONO RIDOTTO… A SCRIVERE I TITOLI QUA…
MA E’ SOLO QUESTIONE DI ORIGINALITA’!!!"
 
1) Urlando contro il cielo, Ligabue
2) A che ora è la fine del mondo, Ligabue
3) A pugni col mondo, Articolo 31
4) Abbi fede, Fabri Fibra
5) Gente che spera, Articolo 31
6) Tienila su, Fabri Fibra
7) S.N.O.B., Articolo 31
8) Fumo tanta erba
9) Nessuna razza, Caparezza
10) Ballando sul mondo, Ligabue
11) In ogni atomo, Negrita
12) Con queste facce qui, Ligabue
13) Figlio d’un cane, Ligabue
14) Inizio
15) Libera nos a malo, Ligabue
16) Sex, Negrita
17) Il segreto, Modà
18) Questa è la mia vita, Ligabue
19) Vivo o morto X, Ligabue
20) Libera uscita, Ligabue.
 
Quarto, nonchè ultimo, cd:
1) Una vita da mediano, Ligabue
2) Non ci guarderemo indietro mai, Negrita
3) I’m with you, Avril Lavigne
4) Seduto in riva al fosso, Ligabue
5) La farfalla giapponese, Vecchioni
6) I ragazzi sono in giro, Ligabue
7) Quella che non sei, Ligabue
8) Cerca nel cuore, Ligabue
9) Senza segreti nasceremo, Giorgia
10) Non abbiam bisogno di parole, Ron
11) Luce, Elisa
12) Sarà un bel souvenire, Ligabue
13) Spirale ovale, Articolo 31
14) Tocca qui, Articolo 31
15) Anime in plexiglass, Ligabue
16) Walter il mago, Ligabue
17) Forse mi trovo, Ligabue
18) Il lupo, Giorgia.
 
Nuovamente in fondo, per l’ultima volta… in fondo.
"Un Souvenir formato tir, a centoventi all’ora…"
L’ho fatto deragliare. D’ora in poi starò sul mio binario. Sempre, solo… il mio.
 
E poi sette cd di Ligabue, glieli avevo chiesti io… niente copertina stavolta… solo la sua grafia sottile, sgraziata, dalle lettere separate l’una dall’altra, distanti… Questo il suo rumore. Ed io l’ho messo via.
Ho messo via il fumetto di Paperino, dicono che non ho l’età, ma se si voltano un momomento io lo rileggo perchè a me… va. Ho messo via un pò di illusioni, che prima o poi basta così… le ho messe vie nell’angolo più recondito della scatola e comunque so che sono lì. Ho messo via un pò di consigli, dicono, è più facile. Li ho messi via perchè a sbagliare sono bravissima da me. Mi sto facendo un pò di posto e che mi aspetto, chi lo sa?!
Che posto vuoto ce n’è stato, ce n’è, ce ne sarà…

Ho messo via un po’ di legnate; i segni… quelli non si può. Ma non è il male, nè la botta, è purtroppo il livido.
Ho messo via un bel po’ di foto che prenderanno polvere sia su rimorsi che rimpianti che rancori e sui perchè… Ho messo via qualche lettera sparpagliata, impregnata di frasi a volte false, a volte meno, di ti amo gettati in un vento di Scirocco che è venuto portando con se’ relitti d’altre terre, rifiuti, scorie, polvere dell’Etna… ed ha lasciato le mie sponde prosciugando e spazzando via tutto ciò che vi ha trovato, lasciando solo distese senza fine di deserto spoglio, privo d’ogni forma di vita, senza orizzonti. Caligrafie sottili, in blu, inconfondibili… ma anche una grafia più familiare, corsiva, così diversa dalla sua così come tutto il resto lo era. La mia. Non saprò mai davvero se sia stato un bene o un male che io abbia tenuto la copia delle lettere che gli ho scritto… fattostà ch’io l’abbia fatto, e considerando che fine abbiano fatto quelle che gli ho dato, scritte di mio pugno e di mio cuore, di mia carne, forse è meglio che almeno una parvenza del "tutto" che erroneamente ed utopicamente credevo d’avere in mano sia rimasta a me, invece che finire brutalmente nel fuoco dell’ignoranza e del menefreghismo.
Lo stesso fuoco in cui sono finita io. E ne sono stata consumata.
E la sua agenda. Oh si, ho messo via anche quanto di più intimo conservavo di lui, qualcosa che non mi appartiene, che precede il mio fuggevole ed etereo passaggio attraverso i suoi giorni, che riflette pensieri, parole, persino disegni di un’epoca antica… eppure ancora così attuale. Copertina blu scura, anno 2002… basta aprirla per essere inondati da un violento flusso di inchiostro velenoso che rigetta una sofferenza autentica, forse l’unica cosa vera in un’involucro vuoto. Un gesto di fiducia? Forse solo di disperazione.
Ho messo via il suo braccialetto, quello che indosso tutti i giorni da quando è entrato a far parte della mia vita, che per lui non significava nulla, ma forse proprio per questo rappresentava tanto per me… per la semplicità del suo essere, la quotidianità che un tempo era mia.
In queste scarpe e su questa terra che dondola, con il conforto di un cielo che resta lì…
Mi sto facendo un pò di posto e che mi aspetto chi lo sa?!
 
Che posto vuoto ce n’è stato,
 ce n’è…
ce ne sarà.
 

Ho messo via un bel pò di cose 
e finalmente so il perchè
io riesca a metter via te.

 

 

Mente, cuore, istinto… tu a chi appartieni?

“Ti amo”
“anch’io.”
“Non perdermi. Tienimi. Tienimi con te, ma non perdermi mai…”
“Non voglio perderti!”
“Me lo giuri?”
“Te lo giuro.”
“Noi staremo insieme per sempre, vero?”
“Per sempre”. 
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Può quel “per sempre” durare appena 5 mesi, o addirittura un giorno? Si possono sussurrare parole così incisive, forti, sentirle davvero… e meno di 24 ore dopo rimangiarsi tutto con un “non ti amo più” che uccide?!
Si. Uccide.
Ecco.
Questo è quel che succede quando si crede talmente tanto in qualcosa, in qualcuno, cui mai avresti pensato di arrivare a legarti in questo modo, con un tale accanimento, una tale voglia di conservazione, da sfidare le regole del possibile.
Questo è quel che accade quando ci si aggrappa con tutte le proprie forze a qualcuno di così fragile, insufficiente a reggere il peso di tutte quelle aspettative, di tutte le speranze, le illusioni appese su un filo sottile quanto la probabilità stessa che quelle aspettative vengano esaudite, che tutte le speranze non siano futili, che le illusioni siano concretizzate. Probabilità nulla, pari allo 0,0%.
Questo è quel che succede quando si viene meno alla parola data, una parola dettata dalla voce del cuore, alle volte così sfuggente, così flebile da essere appena percepita, per andar dietro ad una parola molto più comoda e tanto più udibile: quella della ragione. Brutto vizio quello di seguire sempre e solo i consigli di una mente cui si fa affidamento ciecamente, ma che è tanto più confusa e offuscata del suo rivale Cuore, apparentemente un perdigiorno di cui non val la pena fidarsi, eppure a volte tanto più risoluto.
Solito, tipico, squallido quesito: chi ha ragione? Chi vince? CERVELLO? CUORE? Materia grigia? Muscolo cardiaco?
Risposta scontata, banale: NESSUNO DEI DUE.
Ma no, si continui pure ad illudersi che fidandosi della ragione, o ascoltando il proprio cuore, si possa ottenere un qualche risultato soddisfacente. Si dia pure retta a quell’altro organo immateriale, frutto della suggestione collettiva: l’istinto. Persino lui potrebbe saperne qualcosa, darci qualche indicazione per non perderci. Ma come si fa ad essere così ciechi e stolti da fidarsi ancora di uno di questi elementi? Da prestare ancora orecchio a qualcosa di talmente fittizio?
Non c’è torto o ragione, è il naturale processo di eliminazione!
La MENTE? Naaa. Troppo contorta, persa nei meandri delle sue sciocche complicazioni superflue, troppo problematica, razionale, poco intuitiva. Troppo schematizzata, poco sentita, poco “vivente”. Per niente “umana”. Facile per lei suggerirci la via più agibile, quella apparentemente più “giusta”, almeno a primo acchitto. Così suadente nell’indicarci il sentiero che, è ovvio, bisogna prendere. Così persuasiva nel chiederci di rinunciare a tutto, tutto quel che sta caro all’amico Cuore, in funzione di un bene supremo, quello della conservazione, della sopravvienza. Salvare la pellaccia sempre e comunque. Razionale, certo. E fredda, calcolatrice. Ma così dannatamente ipocrita nel suo rifiuto di sentimento, terrorizzata dall’idea che il minimo battito possa contagiare il suo ordinato schema organizzativo. Così maledettamente presuntuosa nell’affermare di essere inconfutabilmente la via corretta! No. Non si può dar retta a chi con pressante convinzione continua a nominarsi Grillo parlante della nostra vita, impedendoci una vera, autentica scelta composta da pensiero proprio. Che contraddizione, poi! Comandati a bacchetta dalla nostra stessa mente! Il proprio pensiero! Ma c’è davvero solo quello? Può bastare? In definitiva, le scelte compiute dal buon vecchio senno, sono quelle più giuste? Dove portano…?
Il CUORE? Naaa. Troppo malato, impegnato a continuare a battere, a trovare un motivo e pulsare ancora sangue, per prestare davvero attenzione a ciò che è meglio per se stesso, a pensare se a farlo battere sia qualcosa di buono, di sano o di malato. A lui basta quella lieve scintilla di vita per tirare avanti, che essa venga da un autentico amore fortuito o da una scarica elettrica questo poco importa. Ne capisce meno di quel che vorrebbe dare a bere. Da che mondo è mondo a lui vengono relegate molte tra le questioni più importanti dell’umanità. Custode dell’animo degli uomini (nonchè delle donne, anzi, forse proprio di queste), immolatore di sentimenti sbandierati ai quattro venti; Cuore: martire della vita, della crudeltà, vittima immolata al sacrificio in nome di un dio chiamato Amore, organo pulsante in balia delle correnti della passione, del desiderio. Carnefice. Mietitore. Ci si potrebbe mai fidare del Cuore, talmente impetuoso per sua natura da trascinare con sè un mondo intero verso una cascata di distruzione e violenza? Si potrebbe mai affidarsi a chi è disposto a vendersi con estrema facilità per un semplice bacio, una notte d’amore? Lui che non bada ad orgoglio nè dignità pur d’ottenere quell’ora felice e beata in cui tutto sembra andare per il verso giusto. Ma è davvero così? Cuore… Lui mentirebbe, giurerebbe, spergiurerebbe giocandosi persino la madre pur di salvare una storia d’amore essenziale per la sua stessa sopravvivenza. Infido, mentitore… no, non ci si può fidare. Le sue scelte conducono sempre a ciò che, seppur al momento, accompagnate dal sapore soave delle sue promesse, appaiono quelle più giuste, sono sempre quelle che conducono a sofferenze e tormenti certi. Non che lo faccia per cattiveria… è solo la sua natura! Dopotutto, cosa aspettarsi da un pulsante servitore degli uomini, pullulante di sogni, carezze, inviti… amori?!
L’ ISTINTO? Davvero fidarsi del fedele immondo istinto può preservare dalla rovina catartica? Dalla sofferenza della vita, dell’amore, delle passioni… dalla morte? Qualcosa di talmente effimero da poter essere spazzato via con una zaffata di razionalità, o da uno sbuffo impertinente di sentimento. Così inafferrabile e sfuggente da trascendere la comprensione terrena, umana e non. Animalesco, selvaggio, ribelle, disubbidiente, conosce solo una regola: fidarsi di se stesso a qualunque costo, persino quello di perire. Non ascoltare mai nient’altro che la propria opinione, non tener conto mai di nessun altro all’infuori di se stesso, sempre e solo se stesso. Ma com’è pieno di se! Primitivo, si affaccia appena agli affari evoluti e sofisticati della gente moderna, senza capirne appieno il senso, limitandosi ad offrire i suoi spasmi di consapevolezza sporadica, vantandosi delle volte in cui, guardacaso, c’ha proprio azzeccato! Eh, ma, che dire di tutte quelle in cui, invece, ahimè, si è amaramente sbagliato? No, quelle non si contano, dice Lui… si para il culo affermando che non è mica da tutti essere dotati di un istinto portentoso ed infallibile. Anzi, è cosa rara! Così se l’avete, bene, buon per voi (non che ne possiate avere conferma, ovvio), altrimenti… arrangiatevi! Davvero ci si può affidare ad un qualcosa di così indeciso, presuntuoso al punto da concedersi solo a pochi eletti lasciando nell’indecisione il resto di comuni mortali?
Cosa ne ricaviamo dal non fidarsi di nessuno di essi, nè mente, nè cuore, nè istinto?
CONFUSIONE.
Nient’altro che confusione. Ma tanto, il risultato rimarrebbe identico pur scegliendone uno… Come fare a scegliere quale vocina interna seguire, tra Grilli parlanti, sentimenti contrastanti, impulsi primordiali? Un coro contraddittorio in cui c’è tutto quel che vorremmo scegliere e mettere in atto, ma mai da una parte sola. Scegliere è impossibile. Permane l’indecisione, forse a lei potremmo affidarci, almeno è coerente!
Emmanuel, tu di chi ti sei fidato per fare la tua scelta?
 

Le tue gambe con le mie

 
Seggo esausta dentro questa stanza che sembrava non aver mai toccato un alito di vita, nonostante io ci viva da anni, prima del tuo arrivo qui. Tutto prima sembrava così spoglio e privo d’amore, finchè tu non vi hai finalmente posato piede. Le lenzuola non avevano lo stesso profumo che vi hai infuso tu, l’aria non aveva il sapore della vaniglia e di un vento speziato che ha portato con sè la novità del rinnovo, del cambiamento. Quel vento sa di te, delle tue parole, dei tuoi gesti, dei tuoi capelli.
 
Sa di tutto di te.
 
Eravamo proprio lì, tra quelle lenzuola rosa… ricordi? In quella notte senza tempo ci stringemmo e ci giurammo un amore eterno, un amore che sarebbe andato al di là dello spazio e degli orizzonti delimitati da quell’alba pura che ha fatto capolino, lieve e discreta, dalla finestrella affacciata sul tetto della mia mansarda.
Eravamo lì, stretti stretti, rifugiati tra i meandri dei nostri pensieri, dei sospiri, corpo contro corpo, anima tocca anima e fuggevole vi si allontana inquieta, agognando il giorno in cui potrà prenderla a piene mani ed assorbirne l’essenza, marchiarvi con forza il proprio sentimento e possederla senza timori nè sconfitte. Nel silenzio di quel buio appena rischiarato dalla luce dei tuoi occhi, barlume di speranza represso, hai sfiorato delicato la mia essenza, in un fremito di gioia, sussulto di paura. Poi i nostri corpi avvinghiati dopo tanta passione agrodolce consumata, donata, pretesa, amata… si sono spenti in un sospiro di riposo. Il giorno dopo, quando un timido oro mattutino ha sfiorato appena il tuo volto, balzando all’attenzione dei miei occhi, un solo dettaglio è rimasto scolpito nella mia mente: le nostre gambe intrecciate, quasi appartenessero ad un corpo solo. E’ così che abbiamo dormito tutta la notte, realizzai, con le gambe incrociate in un unico destino, un nodo indissolubile, come se i nostri piedi fossero la fortezza delle nostre anime unite così, per sempre. I miei piedi congelati tra i tuoi caldi che cercano riparo, sicurezza e la promessa in un domani insieme. Ed i tuoi piedi tiepidi pronti ad accoglierli, confortarli, proteggerli dalle intemperie di un mondo crudo, fatto di  domande, punti interrogativi senza risposta, tormenti dolci e amari al contempo, con un retrogusto melanconico del non sapere cosa il domani riserverà alle nostre gambe avvinghiate. Ma quella notte a noi non importava proprio nulla di tutti quei quesiti irrisolti, di tutte le insicurezze celate. Quella era la nostra notte, unica tra le tante ogni volta irripetibili e irrimediabilmente speciali. Non riuscivo a pensare ad altro. Non ero triste. Non mi preoccupavo che l’alba, rammaricata e dispiaciuta, ti avrebbe portato via con sè verso orizzonti lontani, consentendo a quei chilometri di separarci nuovamente per poi riunirci ancora… e ancora. Riuscivo solo a pensare alle tue gambe con le mie. Quella notte ho sentito il mio cuore battere all’unisono col tuo, le mie gambe e le tue intrecciate in un nodo infinito che nemmeno Lontananza sarà mai capace di sciogliere.
 
 
Ed è così che voglio ricordarti:
due gambe indissolubilmente legate alle mie.

Tratto da Patch Adams

T’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente,
tra l’ombra e l’anima.
T’amo come la pianta che non fiorisce
e reca dentro di sè, nascosta,
la luce di quei fiori.
T’amo senza sapere nè come, nè quando, nè da dove.
T’amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perchè non so amare altrimenti che così,
in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è la mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
 
*Pablo Neruda*