Il cambiamento è vita

Poesie in versi sciolti

L’onda che accarezza

è muta.

Il declivio del giorno

è a due passi scarsi

di camminata da qui.

Errante ebbra errabonda,

china

sulla spuma del tuo mare,

centellino da un calice

bianco vino, dorato

come i segmenti

sulle tue iridi, raggi

di ruote apollinee

al giungere d’una ferina e

micidiale Artemide

dall’arco incoccato

sui non ritorni.

 

L’onda che scivola

è sorda.

Non sente e non fa rumore

ma accompagna algida il bicchiere

come un becchino al camposanto.

Il lampione è della stessa crema

chiara del mio nettare,

ma non illumina.

E non parla,

come invece farebbe Humpty Dumpty.

I sassi, tinti di tutte

le tonalità della battigia marittima,

neanche loro parlano,

ma si lasciano avvolgere

dall’onda che viene,

da quella che segue.

Dall’onda che lascia

la terra natia. E salpa.

 

L’onda che accarezza

è dolce

come sovente sono i tuoi intenti

quando non li volgi a te solamente

e la bocca disegna orizzonti ancora

da definire, da orientare.

 

Ricopro le mie vecchie spalle

di lana e di glicine,

degli anni alle spalle;

mi copro degli anni

che rapaci attendono

rapidi come dardi scoccati

dal teso arco di Odisseo,

ripidi, me li vedrò sfilare  

sfiu – sfiu

sotto lo sguardo spento ed assorto.

 

Anche il gabbiano di Charles

fende quest’azzurrino scialbo

ed è muto.

Non parla neanche lui.

E tutto è pace

finalmente pace

e prurito alla pianta del piede

ed idioma tedesco

e luoghi

e non luoghi

mentre

l’onda che accarezza

è muta.

 

17/04/2015


PAVENTI, PAVONE

Paventi, Pavone, portenti, e precedenti piccoli pretendenti, pusillanimi proci, in convivio al pantaleico pasto presso il protiro della tua potestà.

Paventi, Pavone, partenze, paste vitree ai placidi plumbei orizzonti poseidonei della tua pochezza di fantasia pocherrima ed integerrima.

Paventi, Pavone, parti improvvisi della mia poco praticantemente pratica – mente, tu paventi pargoli, trasposizioni partorite dal mio palpitante cuore, potenti parametri di paragone eccelsi che chissà dove vogliano andare a parare (per quali porti lontani), passerelle d’amanti primatisti, parate di podisti in pessime condizioni precarie, prepotentemente competitivi, pesantemente presenti per (petuamente) te solo.

Paventi, Pavone, pose procaci e prose premesse di porno provocazioni, pinte di pianti, precetti libertini, pozze di porridge che prende il palato e lo fa pastoso di piscio.

E piantala.

Paventi, Pavone, pretendi, pavoneggiando precipitose posizioni pro – otelliche, imponendo possenti ponti di pallosa impotenza verbale, predando una pazienza che imperitura, semi – impassibile, persiste, pestata e predata di peso proprio da una prole peripatetica di prodigi prodighi di litigi peri patetici.

Paventi, Pavone, paventi sempre, tu, lasciandoti precipitare dai palmi preziosissime porzioni di particolarissima felicità (apparente, è probabile, però possibile), procacciando pareti di distanze, profanando pericolanti ma pericolosi princìpi, postumi di petrolio parentale.

Paventi, prode Pavone, permeato di perduta passione spossata.

Paventi, e paventando, mi perdi.

 DSCN3770


IL SORSO DEI DANNATI

740567_10200373681089793_406056516_o

Un sorso, uno solo

Un sorso per i dannati.

Abbiate pietà e lasciateci marcire

in mezzo al lezzo di vomito ed ebbra.

Lì, tra le cosce del vizio,

lì, tra gli effluvi dell’euforia.

Non tendeteci la mano per sollevarci.

Ve la rifiuteremmo.

Ripudiamo la vostra salvifica compassione,

fuggiamo la vostra misericordia interessata

da buon borghese, come fa

il mostro col crocifisso,

il girovago con la carità.

Non tendeteci la mano.

Un bicchiere, piuttosto.

Quello sì che aiuterebbe.

Non volete?

Rifiutate con ipocrisia

quest’ultimo desìo

d’un condannato alle fiamme?

Giacché è lì che andremo.

Lo sappiamo quanto voi.

Lo sentiamo fin dentro le ossa,

il tristo fato che c’attende.

Coi suoi tentacoli ansiosi, c’attende.

Ansimanti.

Siamo stati noi a condurlo fin qui,

col fetore immondo del nostro animo putrefatto.

Dinanzi ai vostri occhi

scavati, increduli,

che chiedono venia, garbatamente,

chiedono di non assistere

a quest’ennesimo stupro.

Proprio non volete tenderci

quest’amaro pezzo di vetro

colorato del verde smeraldo dell’assenzio,

dell’ambra pregiata di Daniele?

Nemmeno adesso,

nell’irrecuperabile ora del decesso

che non farà mai più ritorno?

Ebbene, saremo noi a prendercelo.

Con la forza no,

non s’addice a por’anime quali siamo.

Con l’inganno piuttosto; l’intrigo,

il Teatro.

Dateci in pasto una maschera,

un ruolo, una marionetta.

Dateci un gaudente pubblico di saltimbanchi.

Non ne saremo mai sazi.

 

Un sorso, un altro ancora signore.

Ve ne prego, signora.

Pietà. Pietà per un peccatore infame.

Pietà per gli spergiuri,

gli illusi illusionisti,

gli affabulatori dalle guance tinte,

i ladri e gli adulteri.

Gli omicidi, quelli no.

Che fummo noi, noi prima degli altri,

ad inneggiare al valore delle lame,

così lucenti, così sfuggenti.

Così taglienti.

E proprio noi, ultimi ma in lizza,

ne pagammo lo scotto.

Mai più punte affilate nella realtà.

Solo in sogno.

E cos’è questo se non un sogno?

Un sogno dentro a un sogno

dentro ad un sonno a sua volta preda d’un sogno

illucido, forse.

Vi era un volta un re, seduto su un sofà…

Cos’è tutto questo, mio signore,

mio Giullare, se non un folle viaggio

nei meandri di questa mente decadente,

contorta dai colori dell’arcobaleno

e del niente?

Ora, delle note accompagnano il suo cammino

irto e precario

in un altro luogo, in un altro evo.

Voci di sirene l’attirano verso la rovina.

Quelle voci domani condurranno me alla mia.

Ma sarà un discendere dolce

verso gli inferi,

a braccetto con le nostre ballate immortali.

Adesso, cantano per lei.

Io le sento.

Arcangeli e satanassi ed anche uomini: i peggiori.

Per lei che, sola, seppe udirli

coll’anima accesa e il cuore saldo

la mente limpida, scevra.

Che il cielo a lei sia lieve quanto l’immortale pietra.

 


Ho bisogno di pioggia

 

226886_10200754646653694_53557169_n

Ho bisogno di pioggia

perché ho sete di conoscenza.

 

Ho un bisogno impellente

dell’odore di pioggia battente

sulla nuda terra, sulle grondaie,

che precipita ai vetri delle finestre chiuse,

per impregnarmi le viscere.

 

Amo la pioggia

perché cado con lei ad ogni goccia.

L’amo per quel che è adesso

e non per il sole che seguirà.

Ne amo il più puro e languido grigiore

e non il tripudio di colori che porterà.

 

Ho bisogno di pioggia

per quel che svela

e non per quel che cela, se lo cela:

i contorni foschi ed aurei dimenticati

di cose e di persone,

oltre il nostro mero scorgere quotidiano.

 

Ho bisogno di pioggia.

Che sia fitta e scrosciante,

che dia suoni nuovi e rassicuranti

a questo udito martellato da futili rumori moderni

di un’epoca scadente volgente al termine.

 

Ho bisogno di udire il suo crepitio a lungo,

con ritmo cadenzato e senza fretta.

Un battere regolare

come il cuore d’una madre.

 

E nell’ora ultima,

quando le nuvole gremite di bigia H2O

s’addenseranno sul limitare del lunedì

e il riflesso tremoleggiante d’una Luna

che ascende alla volta cobaltata

come lumino del due novembre, spirito sospeso,

avrò bisogno d’un sentiero di foglie secche bagnate

per attutire i miei recalcitranti passi.

La confortevole, l’avvolgente, la materna pioggia.

 

E’ Lei che voglio accanto

prima di dormire.

Settembre 2011 


TOMORROW (Melograni Marci)

INDICAZIONI: 

Da leggere a voce alta aumentando gradualmente la velocità fino a far rotolare le parole una dietro l’altra similmente a macigni in caduta libera da un dirupo. 

 

Accompagnamento sonoro: The mouse and the model sfumata con Sex change finendo con The Kill, The Dresden Dolls. 

Era notte. Le tue schegge interiori, frammenti

spezzati di vetro [frattaglie eterogenee]

scalfivano con lieve noncuranza la superficie lucida

dilatata, delle tue pupille [lontane].

 

Schegge di specchi, riflessi di mondi finiti

profondi come pozzanghere.

Pozzanghere profonde come fognature.

Io, mi ci perdevo dentro.

 

Tu, frattanto, blateravi nonsense.

Erano schegge di botti e fiaschi violacei,

vinaccio. Fondi inesplorati di bottiglie.

Vuote. Pezzi rotti del mio Ego, smarriti

 

per cieli plumbei. Infranto.

Il mio Ego fece “bada bum” ruzzolando dalle scale.

Scheggiato in miriadi di schegge (tu l’hai).

Ognuna di esse, rifletteva un dramma annacquato.

 

Come potesti non notarlo, dimmi?

Vetro alle fiamme, fiamme all’oblio.

Era notte e il vetro tornò sabbia.

Ma sabbia sporca e scostante era, e scivolò

 

in mezzo a dita vischiose e deformi.

Le dita, aguzze, acuminate… tremolarono.

Luci d’un cero mortuario quasi spento, consunto

sino allo stoppino, sino allo sfinimento.

 

Le dita. Tremolanti. Bramarono.

Le fiamme. Tremolanti. Tacquero.

E poi, spente… ci spensero

mentre il vento di rabbia si morse le labbra.

 

Era notte. E che notte, buffo ragazzo!

Granelli di schegge emersero ed eran freddi,

eterni. Mortali. La condanna all’incomunicabilità

fu irrevocabile. Solitudine,

 

gemella lungamente rinnegata:

un castigo certo. Un fallimento:

lo scotto da pagare per aver perso me stessa

nei tuoi specchi bui di fanciullo depravato.

 

Schegge di specchi, riflessi di mondi finiti

profondi come pozzanghere.

Pozzanghere profonde come fognature.

Io, mi ci ero persa dentro.

 

Era notte. E i miei lunghi boccoli dal colore

del sottobosco ottobrino celavano la bocca golosa

di mirti. Misi un belletto rosso vermiglio.

Per te. Per te solamente.

 

Era notte. E che notte, buffo ragazzo!

Le unghie incongrue tinsi di cremisi

per i tuoi lividi specchi lucidi e dilatati.

Per loro soltanto. E cosa importava

 

se il pregiato calice era oramai vuoto

carente del rossore del vino grumoso

oramai spoglio, di te alfine degno,

cosa importava

 

se non ero assai portata per verbi

allocuzioni, allitterazioni, numeri e vermi

e se a fraseggiare lasciai a desiderare?

E tu, dimmi: cosa importa adesso

 

se  le note ottenebrano un pensiero

impuro di tenebra, indotto e abortito

e se i tuoi specchi non riflettono che nullità?

Cosa poteva mai importare

 

se blu, rossa, pallida eterea o bruna terra io

comparivo in quel frangente ai tuoi occhi?

Un frangente da solo, è assai parca garanzia d’avvenire

ai tuoi occhi sornioni. Del resto, cosa importava

 

sai tu dirlo, controverso eroe al rovescio,

paladino di formule fumose e forzate,

se fu la tirannia del “Tomorrow”

ad orchestrare i tuoi gesti da baby ventriloquo?

 

Tormentoso tamburo tribale

Tomorrow Tomorrow TOMORROW  

domani domani DOMANI

fallace farlocca promessa   

 

[tic tac tic tac. Tac tac]

 

Ma era notte. Le lancette, baffi di Gatto,

proseguirono il loro presagito percorso.

L’intuizione mi tradì e le note, ahimè, non mentono.

Il vetro… crollò. Sui tuoi infidi specchi

lucidi e dilatati, miseramente crollò.

 

La notte fuggiva adagio ed io,

io misi un belletto vermiglio

per accedere alle porte chiuse

del tuo banale serraglio sentimentale.

 

Il mio volto non più giovane come un tempo.

La mansarda vista al rovescio. Il tetto.

Erano un mondo fantastico per illudersi, sai,

mio caro, strano ragazzo. Invischiati in melograni marci.

 

Ma in fondo… era notte. Che notte, buffo ragazzo!

Era ottobre. Uno qualunque.

Le emozioni spandevano il lezzo dolciastro

del tamarindo, delle ortiche croccanti sotto piedi nudi.

 

Fragranze stomachevoli invasero i nostri sensi avviluppati.

L’aria stessa ristagnava calcinacci e polvere,

lenzuola intatte profanate da pudichi arti sfiorati.

Solo specchi deformati di scuri abissi intrecciati.

 

[Ma eran truccati!]

 

Misi un belletto vermiglio,

il più forte che avessi, per te.

Per te solamente, non lo rimetterò

oggi. Tomorrow. Il cambiamento è TOMORROW. 

Immagine


POTESSERO

Potessero annientarmi e
stesa a terra
freddo legno inanimato
spogliarmi d’ogni avere
d’ogni parvenza fasulla
d’umanità simulata.
Portare il magro bottino
in dono alla tua porta.

Potessero falciarmi
gli accecanti fari
d’una macchina in corsa.
Piombarmi addosso
in tutta la loro mole
tritando sull’asfalto
la mia esile carne traviata
spargendo ogni dove
il mio sangue infetto
di zanzara succhiatrice.
Non un flebile suono
mi uscirebbe di gola
ma il cuore ancora pulsante
[mero muscolo atrofizzato
da anni di inutilizzo,
mancata manutenzione]
portarti dovrebbero
con tutto il bagaglio intatto
d’amore incellofanato
cosicché tu possa goderne appieno
senza ch’io te lo sottragga.

Potesse un atroce malanno
succhiarmi con gelide futili cure
fino all’ultimo soffio di salute
e in pigra meritata agonia
liberarmi dalla zavorra del corpo
[candida pelle assetata
ossa friabili di polistirolo
dominio degli ormoni
tirannia della carne].
Ti renderebbe la mia anima intonsa
con quello splendore trascendentale
[tu solo ti ostini a vederlo]
offuscato da legacci di vil materia,
tutte le scorie tossiche
del mio involucro di donna
che si consegna alla notte
senza riserva né dignità.
In dono al tuo elevato cospetto
glabro da macchie e ignominie
assai misero risulterebbe l’omaggio
ma so che tu l’accetteresti grato
e fino all’ultimo dei giorni tuoi
quell’anima storpia
sbrindellata e stracciona
la custodiresti come la più preziosa
tra le cose che possiedi,
più rara e cara di tutto ciò
che col danaro potresti comperare.

Potessero spingermi contro un muro
in un vicolo cieco
di lurido cemento grigio
usurpare la mia forma
violandomi finanche l’ombra.
Così profanata abbandonarmi
sulla soglia della tua casa
incosciente.
Persino allora con mano tremante
mi solleveresti di peso
con una tremula candela accanto
m’accudiresti come un orfanello
un panno bagnato in fronte.
La mia ciotola non sarebbe mai vuota
e di carezze e bocconcini non saresti parco.
Sarei la tua bastardina prediletta.
Nemmeno se pisciassi sul parquet
ti riuscirebbe di menarmi
e non mi ripudieresti
ma casta e virgine rimarrei
al tuo cereo sguardo lattiginoso,
mio Teresia spoglio di profezie.

Potessero passarmi da parte a parte
con lama rugginosa
aprirmi il ventre.
Ne sgorgherebbero viscere
come festoni e serpenti di plastica
sputati fuori da un pacco sorpresa.
Potessero disputarsi i miei organi
come branco di fameliche fiere
strattonando chi un fegato, chi un rene
manco fosse saporita fiorentina.
Potessero però, al fine,
riporli in canopi d’avorio.
In sacrificio, offrirteli.

Potesse il Veleno
lentamente inondarmi
giorno dopo giorno
sorso a sorso
corrodermi dentro
liquefarmi, squagliarmi
acido senza scampo
condurmi alla fine.
Ben poco di me resterebbe
che tu possa cogliere e conservare.
Forse un capello,
nulla più.
A quell’unico filo impalpabile
t’appenderesti con forza
ma nemmeno quello ti sosterrebbe
poiché nulla di ciò che sono
regge il peso di ciò che sei.
Si spezzerebbe
debole anch’esso
e nuovamente cadresti.

Potesse una mano
guantata d’organza
afferrarmi rude la gola
stringere fino a finirmi.
Potesse quella mano
portarti il mio collo reciso
un lembo di cute
un’unghia soltanto
a prova inconfutabile
della mia dipartita.
Solo allora, magari
libero
ti libreresti per oceani
tirando un respiro di sollievo.
Oppure, sciocco,
lungo un dirupo ti getteresti.

Potessi essere la metà di qualcosa
di qualcuno. La tua.
Ma sono solo mezza porzione
al banchetto del mondo
metà mela infestata dai vermi.
Incompleta per diritto di nascita.
Incompleta [mente] morrò.

Potesse un pianoforte a coda
piombarmi in testa dal decimo piano
diritto sul capo.
Con esso celate
tra tasti e corde
le tonnellate di conti da pagare
con annessi arretrati
di sentimenti repressi
di senso di colpa lasciato On the road
mai accolto, mai provato
vergogna e ribrezzo
l’incapacità di guardarsi allo specchio.
Potesse sfracellarmisi addosso
in caduta libera,
a causa di inetti traslocatori,
restituirmi l’umanità
poi levarmela.
Non reggerei l’impatto.

Potessero le maschere
strapparmi di dosso
e porgerti quel minimo nulla
che con protervia proteggono.
Una noce di niente.

Potessero con bronzea lancia
infrangere la mia cupola di vetro.
Scheggia dopo scheggia
pezzo a pezzo
mi crollerebbe addosso
m’infilzerebbe.
Disincatenata e disincantata
un’acherontia ne verrebbe fuori,
le alucce sfilacciate
dagli schianti per uscire.
Si avvicinerebbe speranzosa
sensibile ti udrebbe
sentibile tu la udresti.
Incontro alla tua luce
si spegnerebbe.
Polvere di mediocrità
sparsa tutt’intorno
ti pioverebbe addosso.
Tutto ciò che sono,
tutto ciò che rimane di noi.

Put. On. The. Red. Light.


TALVOLTA DA UN PETALO VIEN LA CURA

Non voltarmi le spalle.
Ops… l’hai fatto.
Non ascoltarmi, non capirmi,
non guardarmi, non leggermi.
Non toccarmi.
Ti riesce bene.
Ma non voltarmi le spalle.
Sfiderei il mondo intero
coi suoi tiranni e le dittature,
coi lavaggi del cervello
e i retaggi secolari,
con le sue contraddizioni,
il malessere e le ingiustizie,
le iniquità e la perfidia,
l’ignoranza grottesca…
se solo TU fossi al mio fianco.

Non voltarmi le spalle.
Conseguirei mille lauree,
riempirei tomi su tomi,
vincerei premi nobel all’inchiostro,
inventerei mondi nuovi con regole nostre
e una costituzione privata
da stipulare in due, tu ed io…
se solo TU stessi dalla mia parte.
Non voltarmi le spalle.
Affronterei mille volte Urano,
combatterei guerre e duelli
oppure non lotterei affatto…
se solo TU non mi andassi contro.
Non voltarmi le spalle.
Che la vita è ardua
e il mondo è proprio un brutto posto
in cui stare.
Che la società è un vicolo cieco
di meschinità ambigue,
di vincoli masochisti che non comprendo.
E’ un cancro e talvolta
da un petalo vien la cura.
Che il sole discende troppo presto l’orizzonte
e le nubi piovono giudizi e condanne.
Non voltarmi le spalle.
Di mille anni in una notte
accrescerei la mia ben misera saggezza.
Atena stessa mi pervaderebbe le meningi
della conoscenza ancestrale
di mille vite trascorse.
Signora Maturità, ritardataria,
vecchia coperta d’uno scialle di fumo,
accorrerebbe alla mia porta…
se solo TU mi sostenessi.
Ma non voltarmi le spalle.
Se non altro tu.
Proprio tu
non rinunciare a comprendermi.
Cerca quel lume di ragione nei miei ideali
che è in quello che credo.
Non lasciare che baconiane formiche
paonazze di bile
guastino il tuo pensiero alato.
Che calare il capo
alla falce della paura
è assai più facile
che specchiarsi.
Ma che durante il cammino
lo sguardo si elevi alla mèta
e non alla punta delle scarpe.
Non zittirmi.
Che stolto è l’uomo
sordo al cuore d’una donna.

Mio valoroso Rinaldo:
non voltarmi le spalle.
Potremmo voltargliele insieme
abbandonando il viale alberato
e piovoso dei vili.