Il cambiamento è vita

Ultima

TOMORROW (Melograni Marci)

INDICAZIONI: 

Da leggere a voce alta aumentando gradualmente la velocità fino a far rotolare le parole una dietro l’altra similmente a macigni in caduta libera da un dirupo. 

 

Accompagnamento sonoro: The mouse and the model sfumata con Sex change finendo con The Kill, The Dresden Dolls. 

Era notte. Le tue schegge interiori, frammenti

spezzati di vetro [frattaglie eterogenee]

scalfivano con lieve noncuranza la superficie lucida

dilatata, delle tue pupille [lontane].

 

Schegge di specchi, riflessi di mondi finiti

profondi come pozzanghere.

Pozzanghere profonde come fognature.

Io, mi ci perdevo dentro.

 

Tu, frattanto, blateravi nonsense.

Erano schegge di botti e fiaschi violacei,

vinaccio. Fondi inesplorati di bottiglie.

Vuote. Pezzi rotti del mio Ego, smarriti

 

per cieli plumbei. Infranto.

Il mio Ego fece “bada bum” ruzzolando dalle scale.

Scheggiato in miriadi di schegge (tu l’hai).

Ognuna di esse, rifletteva un dramma annacquato.

 

Come potesti non notarlo, dimmi?

Vetro alle fiamme, fiamme all’oblio.

Era notte e il vetro tornò sabbia.

Ma sabbia sporca e scostante era, e scivolò

 

in mezzo a dita vischiose e deformi.

Le dita, aguzze, acuminate… tremolarono.

Luci d’un cero mortuario quasi spento, consunto

sino allo stoppino, sino allo sfinimento.

 

Le dita. Tremolanti. Bramarono.

Le fiamme. Tremolanti. Tacquero.

E poi, spente… ci spensero

mentre il vento di rabbia si morse le labbra.

 

Era notte. E che notte, buffo ragazzo!

Granelli di schegge emersero ed eran freddi,

eterni. Mortali. La condanna all’incomunicabilità

fu irrevocabile. Solitudine,

 

gemella lungamente rinnegata:

un castigo certo. Un fallimento:

lo scotto da pagare per aver perso me stessa

nei tuoi specchi bui di fanciullo depravato.

 

Schegge di specchi, riflessi di mondi finiti

profondi come pozzanghere.

Pozzanghere profonde come fognature.

Io, mi ci ero persa dentro.

 

Era notte. E i miei lunghi boccoli dal colore

del sottobosco ottobrino celavano la bocca golosa

di mirti. Misi un belletto rosso vermiglio.

Per te. Per te solamente.

 

Era notte. E che notte, buffo ragazzo!

Le unghie incongrue tinsi di cremisi

per i tuoi lividi specchi lucidi e dilatati.

Per loro soltanto. E cosa importava

 

se il pregiato calice era oramai vuoto

carente del rossore del vino grumoso

oramai spoglio, di te alfine degno,

cosa importava

 

se non ero assai portata per verbi

allocuzioni, allitterazioni, numeri e vermi

e se a fraseggiare lasciai a desiderare?

E tu, dimmi: cosa importa adesso

 

se  le note ottenebrano un pensiero

impuro di tenebra, indotto e abortito

e se i tuoi specchi non riflettono che nullità?

Cosa poteva mai importare

 

se blu, rossa, pallida eterea o bruna terra io

comparivo in quel frangente ai tuoi occhi?

Un frangente da solo, è assai parca garanzia d’avvenire

ai tuoi occhi sornioni. Del resto, cosa importava

 

sai tu dirlo, controverso eroe al rovescio,

paladino di formule fumose e forzate,

se fu la tirannia del “Tomorrow”

ad orchestrare i tuoi gesti da baby ventriloquo?

 

Tormentoso tamburo tribale

Tomorrow Tomorrow TOMORROW  

domani domani DOMANI

fallace farlocca promessa   

 

[tic tac tic tac. Tac tac]

 

Ma era notte. Le lancette, baffi di Gatto,

proseguirono il loro presagito percorso.

L’intuizione mi tradì e le note, ahimè, non mentono.

Il vetro… crollò. Sui tuoi infidi specchi

lucidi e dilatati, miseramente crollò.

 

La notte fuggiva adagio ed io,

io misi un belletto vermiglio

per accedere alle porte chiuse

del tuo banale serraglio sentimentale.

 

Il mio volto non più giovane come un tempo.

La mansarda vista al rovescio. Il tetto.

Erano un mondo fantastico per illudersi, sai,

mio caro, strano ragazzo. Invischiati in melograni marci.

 

Ma in fondo… era notte. Che notte, buffo ragazzo!

Era ottobre. Uno qualunque.

Le emozioni spandevano il lezzo dolciastro

del tamarindo, delle ortiche croccanti sotto piedi nudi.

 

Fragranze stomachevoli invasero i nostri sensi avviluppati.

L’aria stessa ristagnava calcinacci e polvere,

lenzuola intatte profanate da pudichi arti sfiorati.

Solo specchi deformati di scuri abissi intrecciati.

 

[Ma eran truccati!]

 

Misi un belletto vermiglio,

il più forte che avessi, per te.

Per te solamente, non lo rimetterò

oggi. Tomorrow. Il cambiamento è TOMORROW. 

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CONCUSSIO AMORIS

INDICAZIONI: 

Da leggere a voce alta con accompagnamento sonoro di “Tempest”, dei Deftones. 

 

“Fu un ricatto vile

disperato

la tua preofferta

d’amore retribuito.

Volevi un cuore…

un cuore comperato.”

 

Andò bussando al suo cuore

quel povero cavaliere

disperato al suo capezzale

chiedendo in dono sol poche ore.

 

Per molte notti e giorni e sere

senza l’ausilio d’alcun giornale

restò sotto a quel portone

chiuso come era il di lei cuore.

 

Lei impassibile, lei statua carnale,

ascoltò una per una le preghiere

senza batter ciglio affatto

lei obbrobriosa, lei femme fatale.

 

In una lenta sequela d’ingiurie

si sciolse il cavaliere.

In una lenta sequela d’ingiurie

giurò sul suo amor fedele.

 

E giurò, giurò che lì sarebbe stato

fino alla fine, fino alle esequie,

di quel suo corpo malandato

afflitto e sconfitto da vizi e miserie.

 

E giurò, giurò che sarebbe rimasto

pur trovandola ebbra mattine e sere,

lui l’avrebbe carezzata solamente

dopo ogni azione da demente.

 

E giurò, giurò che sarebbe giunto

ad ogni dilemma, ad ogni tragedia,

lui cavaliere, lui scaloppino,

senza macchia e senza inedia.

 

E giurò, giurò che avrebbe corso

come antilope braccata d’un leone,

come leprotto ghermito dalla lupa,

ad ogni bravata, ad ogni rimorso,

ad ogni singolo gesto cretino

di fronte al suo ennesimo stupro,

lui le sarebbe stato vicino.

 

E, sappiate, nemmeno allorquando,

stanca di noia e rosa dal vizio

e un remoto Altrove ricusando,

la bella dama un tempo lucente

avrebbe, di certo, bandito la mente

e paventosa, anima vigliacca,

si sarebbe abbandonata alla risacca

dell’oblio e del dispiacere,

cieca all’arte, all’amore, al bene,

avvezza solo a putride megere,

caduta nel baratro, l’antro delle fiere;

 

Nemmeno allorquando dal demone

tormentata, senza tregua anelata,

si sarebbe persa in prati d’anemone,

smarrita, umida di lussuria,

tra le spirali d’un altro,

altro malanno, altra furia;

 

Nemmeno allorquando, al torneo medievale,

lui avrebbe al fin deposto armi, armatura, pugnale…

“GIAMMAI”, stridette alla dama,

“la resa è ignominia sovrana,

per Voi incontemplabile brama!

Piuttosto mi vendo scudo e mantello,

dignità, orgoglio, amor proprio,

io li ripudio, li elevo ad orpello,

dal giusto amor che a Voi tributo.

Giacché ci siamo, madama Statua,

vi intrigherebbe l’offerta d’una autonomia

un’indipendenza danarosa, seppur fatua? 

E non pensiate, vi prego, anima mia, 

sia per corrompervi, per trattenervi mia!”

 

————————————————-

 

E’ questo un mesto madrigale

che narra d’un carnevale.

Una sfilata senza bellezza

d’un Modello di repressa grandezza.

 

Andò bussando al suo cuore

quel povero cavaliere.

Disperato, al suo capezzale,

strappandole a forza un paio d’ore.

 

Un minuto, uno soltanto,

per udir suppliche miste a pianto.   

Languendo alla sua fine

non fu mai chiaro chi fu realmente morto,

chi solamente vile.

 

Errabondo, con molte pretese,

il cavaliere rimase al capezzale

della sua dama dall’alma mortale,

per infinite notti e giorni ed ere

e senza l’ausilio d’alcun giornale.

 

Senza speranze, con grande ardore,

senza macchia e senza pudore,

non si smosse il nobile, l’audace,

il povero ed il buon diavolo,

col suo amor mordace.

 

Poi gli anni trascorsero

ed è cosa che non v’auguro,

d’esser il monumento vigile e saturo,

che assisté alla vil morte d’un passero

una fine meschina e vile da macero.

 

Ma andò bussando,

ricusando al suo cuore

quel povero cavaliere.

Un buon diavolo, davvero un gran signore.

Chiese venia per sol poche parole.

 

Ma la dama statuaria

rimase impassibile

la sua espressione… indefinibile.

Riso crudele, colmo di fiele.

 

Maschera mortuaria,

di lui non fu colpa,

lei, marmo, fuggì

come da una morsa.

 

Più non la si rivide

e lui solo ne sognò il ritorno,

perduto ed infermo,

l’angoscia lo permeò dintorno.

 

In una lenta sequela d’ingiurie

si sciolse quel cavaliere.

In una lenta sequela d’ingiurie

giurò sul suo amor fedele.

 

Poi la dama fuggì,

non resse tal lieto peso,

e come andò e finì

lo sa solo quel cavaliere appeso. 

POTESSERO

Potessero annientarmi e
stesa a terra
freddo legno inanimato
spogliarmi d’ogni avere
d’ogni parvenza fasulla
d’umanità simulata.
Portare il magro bottino
in dono alla tua porta.

Potessero falciarmi
gli accecanti fari
d’una macchina in corsa.
Piombarmi addosso
in tutta la loro mole
tritando sull’asfalto
la mia esile carne traviata
spargendo ogni dove
il mio sangue infetto
di zanzara succhiatrice.
Non un flebile suono
mi uscirebbe di gola
ma il cuore ancora pulsante
[mero muscolo atrofizzato
da anni di inutilizzo,
mancata manutenzione]
portarti dovrebbero
con tutto il bagaglio intatto
d’amore incellofanato
cosicché tu possa goderne appieno
senza ch’io te lo sottragga.

Potesse un atroce malanno
succhiarmi con gelide futili cure
fino all’ultimo soffio di salute
e in pigra meritata agonia
liberarmi dalla zavorra del corpo
[candida pelle assetata
ossa friabili di polistirolo
dominio degli ormoni
tirannia della carne].
Ti renderebbe la mia anima intonsa
con quello splendore trascendentale
[tu solo ti ostini a vederlo]
offuscato da legacci di vil materia,
tutte le scorie tossiche
del mio involucro di donna
che si consegna alla notte
senza riserva né dignità.
In dono al tuo elevato cospetto
glabro da macchie e ignominie
assai misero risulterebbe l’omaggio
ma so che tu l’accetteresti grato
e fino all’ultimo dei giorni tuoi
quell’anima storpia
sbrindellata e stracciona
la custodiresti come la più preziosa
tra le cose che possiedi,
più rara e cara di tutto ciò
che col danaro potresti comperare.

Potessero spingermi contro un muro
in un vicolo cieco
di lurido cemento grigio
usurpare la mia forma
violandomi finanche l’ombra.
Così profanata abbandonarmi
sulla soglia della tua casa
incosciente.
Persino allora con mano tremante
mi solleveresti di peso
con una tremula candela accanto
m’accudiresti come un orfanello
un panno bagnato in fronte.
La mia ciotola non sarebbe mai vuota
e di carezze e bocconcini non saresti parco.
Sarei la tua bastardina prediletta.
Nemmeno se pisciassi sul parquet
ti riuscirebbe di menarmi
e non mi ripudieresti
ma casta e virgine rimarrei
al tuo cereo sguardo lattiginoso,
mio Teresia spoglio di profezie.

Potessero passarmi da parte a parte
con lama rugginosa
aprirmi il ventre.
Ne sgorgherebbero viscere
come festoni e serpenti di plastica
sputati fuori da un pacco sorpresa.
Potessero disputarsi i miei organi
come branco di fameliche fiere
strattonando chi un fegato, chi un rene
manco fosse saporita fiorentina.
Potessero però, al fine,
riporli in canopi d’avorio.
In sacrificio, offrirteli.

Potesse il Veleno
lentamente inondarmi
giorno dopo giorno
sorso a sorso
corrodermi dentro
liquefarmi, squagliarmi
acido senza scampo
condurmi alla fine.
Ben poco di me resterebbe
che tu possa cogliere e conservare.
Forse un capello,
nulla più.
A quell’unico filo impalpabile
t’appenderesti con forza
ma nemmeno quello ti sosterrebbe
poiché nulla di ciò che sono
regge il peso di ciò che sei.
Si spezzerebbe
debole anch’esso
e nuovamente cadresti.

Potesse una mano
guantata d’organza
afferrarmi rude la gola
stringere fino a finirmi.
Potesse quella mano
portarti il mio collo reciso
un lembo di cute
un’unghia soltanto
a prova inconfutabile
della mia dipartita.
Solo allora, magari
libero
ti libreresti per oceani
tirando un respiro di sollievo.
Oppure, sciocco,
lungo un dirupo ti getteresti.

Potessi essere la metà di qualcosa
di qualcuno. La tua.
Ma sono solo mezza porzione
al banchetto del mondo
metà mela infestata dai vermi.
Incompleta per diritto di nascita.
Incompleta [mente] morrò.

Potesse un pianoforte a coda
piombarmi in testa dal decimo piano
diritto sul capo.
Con esso celate
tra tasti e corde
le tonnellate di conti da pagare
con annessi arretrati
di sentimenti repressi
di senso di colpa lasciato On the road
mai accolto, mai provato
vergogna e ribrezzo
l’incapacità di guardarsi allo specchio.
Potesse sfracellarmisi addosso
in caduta libera,
a causa di inetti traslocatori,
restituirmi l’umanità
poi levarmela.
Non reggerei l’impatto.

Potessero le maschere
strapparmi di dosso
e porgerti quel minimo nulla
che con protervia proteggono.
Una noce di niente.

Potessero con bronzea lancia
infrangere la mia cupola di vetro.
Scheggia dopo scheggia
pezzo a pezzo
mi crollerebbe addosso
m’infilzerebbe.
Disincatenata e disincantata
un’acherontia ne verrebbe fuori,
le alucce sfilacciate
dagli schianti per uscire.
Si avvicinerebbe speranzosa
sensibile ti udrebbe
sentibile tu la udresti.
Incontro alla tua luce
si spegnerebbe.
Polvere di mediocrità
sparsa tutt’intorno
ti pioverebbe addosso.
Tutto ciò che sono,
tutto ciò che rimane di noi.

Put. On. The. Red. Light.

Smarrirsi

Ci si perde.

Sovente, ci si perde.

Poi ci si gratta la testa, chiedendosi a quale tratto preciso di strada risalga la scelta del bivio sbagliato.

Ci si intrufola nelle vite degli altri per curiosità, bisogno, per insicurezza, celata timidezza.

Per estrema solitudine.

Ci si agghinda di finti pendagli di ricordi farlocchi per rendersi più interessanti e appetibili,

si inspessisce la porta del vero finchè più non si apre.

Ci si ingarbuglia in contorti ragionamenti a noi estranei

pur di conquistare approvazione, similtà, affinità poco selettive.

Poi ci si trova in riva ad un oceano di possibilità sfumate,

di buoni propositi mai concretizzati nemmeno col pensiero.

Tutto il fittizio artifizio che crolla di botto.

E dalle nuvole gravide tempesta piovono tutte le gaffe, gli sguardi bassi da Bambi bastonati, le piccole immense viltà e i passi storti.

Ci cadono addosso come macigni che ci somigliano.

E il riflesso che il mare violaceo, mare furioso, mare vanaglorioso, ci restituisce, è quello di una solitaria figura spettinata rosso vergogna, rosso vinaccio usurpato, abusato.

Ci si tinge di rosso paonazzo perso in un miscuglio di sabbia rappresa, secca e stopposa, strofinosa sui denti di condiscente disgusto, che impasta la bocca come azzurra compassione d’acqua persa nell’orizzonte terso delle aspettative mancate.

E l’acqua alle spalle ride dei nostri sforzi d’emergere snobbandoci.

Lei eterea fredda spuma, snobbandoci.

TALVOLTA DA UN PETALO VIEN LA CURA

Non voltarmi le spalle.
Ops… l’hai fatto.
Non ascoltarmi, non capirmi,
non guardarmi, non leggermi.
Non toccarmi.
Ti riesce bene.
Ma non voltarmi le spalle.
Sfiderei il mondo intero
coi suoi tiranni e le dittature,
coi lavaggi del cervello
e i retaggi secolari,
con le sue contraddizioni,
il malessere e le ingiustizie,
le iniquità e la perfidia,
l’ignoranza grottesca…
se solo TU fossi al mio fianco.

Non voltarmi le spalle.
Conseguirei mille lauree,
riempirei tomi su tomi,
vincerei premi nobel all’inchiostro,
inventerei mondi nuovi con regole nostre
e una costituzione privata
da stipulare in due, tu ed io…
se solo TU stessi dalla mia parte.
Non voltarmi le spalle.
Affronterei mille volte Urano,
combatterei guerre e duelli
oppure non lotterei affatto…
se solo TU non mi andassi contro.
Non voltarmi le spalle.
Che la vita è ardua
e il mondo è proprio un brutto posto
in cui stare.
Che la società è un vicolo cieco
di meschinità ambigue,
di vincoli masochisti che non comprendo.
E’ un cancro e talvolta
da un petalo vien la cura.
Che il sole discende troppo presto l’orizzonte
e le nubi piovono giudizi e condanne.
Non voltarmi le spalle.
Di mille anni in una notte
accrescerei la mia ben misera saggezza.
Atena stessa mi pervaderebbe le meningi
della conoscenza ancestrale
di mille vite trascorse.
Signora Maturità, ritardataria,
vecchia coperta d’uno scialle di fumo,
accorrerebbe alla mia porta…
se solo TU mi sostenessi.
Ma non voltarmi le spalle.
Se non altro tu.
Proprio tu
non rinunciare a comprendermi.
Cerca quel lume di ragione nei miei ideali
che è in quello che credo.
Non lasciare che baconiane formiche
paonazze di bile
guastino il tuo pensiero alato.
Che calare il capo
alla falce della paura
è assai più facile
che specchiarsi.
Ma che durante il cammino
lo sguardo si elevi alla mèta
e non alla punta delle scarpe.
Non zittirmi.
Che stolto è l’uomo
sordo al cuore d’una donna.

Mio valoroso Rinaldo:
non voltarmi le spalle.
Potremmo voltargliele insieme
abbandonando il viale alberato
e piovoso dei vili.

Ad Amore somiglia il mio amore

Ad un nobile falco ferito
somiglia il mio amore.
Il suo maestoso volo spezzato
mi riempie di dolore e rimorso.

A voi dico:
Amatelo. Amate il mio amore.

Amatelo voi tutti, genti
d’ogni tempo e d’ogni luogo,
provenienti dalle vite più disparate,
che siate santi o peccatori,
dall’animo mite o corroso dal carbone.

Amatelo e rendete grazie
per ogni istante in cui v’è dato
il privilegio di rimirarlo.

Amatene la forza e la temperanza,
il fulgido taglio delle piume
color terra fertile,
l’acuto occhio fiero,
vigile ed accorto, incline al pianto
ma mai privo di contegno.

Amatene il portamento trasudante dignità,
onestade e tutte quelle virtù
tanto care alle divinità della luce,
tanto carenti negli uomini.
E in me.
Amatelo.

Ve ne prego: AMATELO.
E ricopritelo di doni immanenti
e d’attenzioni permanenti.
Valorizzatelo in ogni suo movimento.
Trattenete il fiato
quando scende in picchiata.
Gioite quando ascende al cielo
come araldo di speranza,
alto come il sole
e come lui sorgente di vita.
Amatelo.

Ad un’aquila romana
nel mirino del crudele cacciatore
somiglia il mio amore.
E sono le mie
le mani sporche di sangue
che han premuto il grilletto.

Mia è la colpa mai espiata
d’aver spezzato il suo volo
d’aver piegato la sua forza
d’aver deriso la sua temperanza
d’aver sciupato il fulgido taglio delle piume
d’aver appannato il fiero occhio suo
d’aver offuscato dignità
d’aver spento il MIO sole
d’averne prosciugato la sorgente di vita.
Ho reso opaco il mio amore.
Amatelo.

Ad un canarino in gabbia
Somiglia il mio amore.
Ed io ne son meschina carceriera.
Amatelo.

Ad un usignolo in agonia,
stretto tra il suolo e l’oblio,
tra la terra e la morte,
somiglia il mio amore.
Vorrei essere quel suolo
che lo tiene attaccato al giorno,
al respiro flebile che cade.
Ma sono la Rovina armata di falce
che lo strappa alla vita.
Amatelo.

Amatelo sempre
e non solo quando vi fa comodo.
Amatelo forte e non cessate mai
di sbatterglielo in faccia
come fanno le onde sugli scogli.

Amatelo col primo perlaceo barlume dell’alba
e amatelo col sorgere di Sirio al crepuscolo.
Amatelo e non fategli mancare nulla.
Fate che non patisca il male mai più.
Amatelo.

Vi supplico! AMATELO.

Amatelo come io l’amo.

Più di quanto abbia fatto

e meno di quanto non farei.

I mille anni delle liti

C’era una volta…
in una tana ai margini del bosco viveva una coppia di cuccioli d’istrice.
Andava d’amore e d’accordo fintantoché un giorno iniziò a litigare.
E dal primo litigio ne scaturì un secondo, poi un terzo e così via, finché una brutta mattina senza sole si svegliarono e si accorsero di non aver fatto altro che litigare fino ad allora. Senza tregua. Senza un attimo di pausa, non avevano più cessato di infierire l’uno sull’altra. E intanto erano trascorsi i mesi e le stagioni. Gli anni. Così, quella mattina senza sole, i due cuccioli d’istrice si resero conto di non essere più dei cuccioli, ma dei vecchietti rattrappiti che avevano superato l’età massima degli esemplari della loro specie.
Erano trascorsi mille anni.
Il bosco intorno a loro era cambiato, il tempo era stato inclemente con quel tranquillo angolo d’Eden e tutto quel bel verde di campagna ricco di querce con sottofondo musicale di insetti e muschio non esisteva più, sostituito dall’asfalto di un parcheggio. Solo la loro tana era rimasta intatta, ormai coperta d’ortiche e gramigna. La vita e il tempo avevano concesso alla coppietta più fortuna di quanta non ne avessero avuta le altre creature del bosco, donando loro un notevole mucchio d’anni da vivere, un’esistenza longeva oltre ogni più rosea previsione di qualsivoglia biologo, lontano da ogni malattia, salvo l’avvelenamento del cuore.
La non più cucciola d’istrice aprì gli occhi in quella nuvolosa mattina bigia e nell’osservare il volto del suo compagno, nell’annusare l’odore dei suoi aculei che fino a ieri l’aveva inebriata, vi sentì il puzzo della putrefazione. Per la prima volta dopo mille anni notò il logorio crudele e costante del tempo su di lui tutto d’un tratto, riversato quasi senza preavviso ai suoi sensi. Vide rughe laddove non ve n’erano, gli occhietti incavati da trecentosessantacinquemila notti insonni non per consumare la beltà dell’amore ma per estinguerne la fiamma in una scia di sopportata indifferenza odiosa.
Il non più cucciolo d’istrice si svegliò e nell’osservare il volto della sua compagna notò che il suo musetto un tempo roseo era adesso raggrinzito e seccato dai troppi pochi baci, dalle troppe parole cariche di veleno. Inorriditi si alzarono e si guardarono allo specchio di quella graziosa dimora scavata con tanta lena agli albori di quella storia. Videro lo stesso tenace indurimento ognuno sul volto proprio, divenuto un’aspra maschera di acidità e sofferenze, di amore vincolato ad una rabbia inutile quanto prolungata.
La non più cucciola d’istrice sentì su se stessa lo stesso odore di putrefazione.
L’esalazione della morte dei sogni e dei desideri.
Nel frattempo la civiltà umana che aveva distrutto quel bosco, distrusse se stessa. L’asfalto del parcheggio fu invaso da erbacce prepotenti che invitarono a salotto l’intera fauna lontana.
A poco a poco il bosco si riprese ciò che era suo e che gli era stato trucemente estirpato.
I fiori selvatici tornarono a ricoprire tutto, i volatili seminarono qua e la i semi delle antiche e maestose querce. L’aria fu nuovamente pervasa dal canto dei colibrì col ronzio di un miliardo d’insetti, felici d’esser di nuovo a casa. Mille anni e più aveva vissuto la coppietta d’istrici in quella bella tana nel bosco. Ogni singolo giorno di quei mille anni il sole aveva illuminato d’incanto ogni angolo. La pioggia scrosciante aveva dato ristoro e nuova vita a nuove vite. Il mondo era bellissimo allora, ma i due non se n’erano mai curati, troppo presi dagli interminabili litigi.
Quella mattina senza sole i non più cuccioli d’istrice si resero conto di tutto ciò:
della fuggevolezza delle cose, della fortuna avuta in una vita così immeritatamente lunga, dell’incoscienza d’averla ignorata e sprecata. Quando videro il bosco risorgere dall’asfalto con gioia e rigogliosità pensarono potesse esserci una seconda possibilità anche per loro. Chiesero a Padre Tempo di perdonarli entrambi, di dimenticare i tanti anni concessi e mal vissuti, di concederne loro un altro po’ per godere delle gioie del bosco. Ma Padre Tempo non dimentica. Si era stufato di donarsi a loro nella speranza che iniziassero a valorizzarlo. Si negò alla coppietta di non più cuccioli d’istrice e andò altrove a dispensare la dolcezza dei suoi anni. Madre Vita andò via con lui, offesa.
La mattina dopo c’era il sole. I non più cuccioli d’istrice si risvegliarono in una giornata di fine estate né troppo calda né troppo fredda. Perfetta. Il canto della natura inneggiava alla bellezza del bel mondo. Bellezza da vivere, da assaporare appieno come un piatto prelibato irripetibile. La loro graziosa tana che l’amore non si era  mai degnato di godersi appieno era satura dell’odore di putrefazione.
L’esalazione della morte dei sogni e dei desideri.

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