Il cambiamento è vita

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PAVENTI, PAVONE

Paventi, Pavone, portenti, e precedenti piccoli pretendenti, pusillanimi proci, in convivio al pantaleico pasto presso il protiro della tua potestà.

Paventi, Pavone, partenze, paste vitree ai placidi plumbei orizzonti poseidonei della tua pochezza di fantasia pocherrima ed integerrima.

Paventi, Pavone, parti improvvisi della mia poco praticantemente pratica – mente, tu paventi pargoli, trasposizioni partorite dal mio palpitante cuore, potenti parametri di paragone eccelsi che chissà dove vogliano andare a parare (per quali porti lontani), passerelle d’amanti primatisti, parate di podisti in pessime condizioni precarie, prepotentemente competitivi, pesantemente presenti per (petuamente) te solo.

Paventi, Pavone, pose procaci e prose premesse di porno provocazioni, pinte di pianti, precetti libertini, pozze di porridge che prende il palato e lo fa pastoso di piscio.

E piantala.

Paventi, Pavone, pretendi, pavoneggiando precipitose posizioni pro – otelliche, imponendo possenti ponti di pallosa impotenza verbale, predando una pazienza che imperitura, semi – impassibile, persiste, pestata e predata di peso proprio da una prole peripatetica di prodigi prodighi di litigi peri patetici.

Paventi, Pavone, paventi sempre, tu, lasciandoti precipitare dai palmi preziosissime porzioni di particolarissima felicità (apparente, è probabile, però possibile), procacciando pareti di distanze, profanando pericolanti ma pericolosi princìpi, postumi di petrolio parentale.

Paventi, prode Pavone, permeato di perduta passione spossata.

Paventi, e paventando, mi perdi.

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Ho bisogno di pioggia

 

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Ho bisogno di pioggia

perché ho sete di conoscenza.

 

Ho un bisogno impellente

dell’odore di pioggia battente

sulla nuda terra, sulle grondaie,

che precipita ai vetri delle finestre chiuse,

per impregnarmi le viscere.

 

Amo la pioggia

perché cado con lei ad ogni goccia.

L’amo per quel che è adesso

e non per il sole che seguirà.

Ne amo il più puro e languido grigiore

e non il tripudio di colori che porterà.

 

Ho bisogno di pioggia

per quel che svela

e non per quel che cela, se lo cela:

i contorni foschi ed aurei dimenticati

di cose e di persone,

oltre il nostro mero scorgere quotidiano.

 

Ho bisogno di pioggia.

Che sia fitta e scrosciante,

che dia suoni nuovi e rassicuranti

a questo udito martellato da futili rumori moderni

di un’epoca scadente volgente al termine.

 

Ho bisogno di udire il suo crepitio a lungo,

con ritmo cadenzato e senza fretta.

Un battere regolare

come il cuore d’una madre.

 

E nell’ora ultima,

quando le nuvole gremite di bigia H2O

s’addenseranno sul limitare del lunedì

e il riflesso tremoleggiante d’una Luna

che ascende alla volta cobaltata

come lumino del due novembre, spirito sospeso,

avrò bisogno d’un sentiero di foglie secche bagnate

per attutire i miei recalcitranti passi.

La confortevole, l’avvolgente, la materna pioggia.

 

E’ Lei che voglio accanto

prima di dormire.

Settembre 2011 


TOMORROW (Melograni Marci)

INDICAZIONI: 

Da leggere a voce alta aumentando gradualmente la velocità fino a far rotolare le parole una dietro l’altra similmente a macigni in caduta libera da un dirupo. 

 

Accompagnamento sonoro: The mouse and the model sfumata con Sex change finendo con The Kill, The Dresden Dolls. 

Era notte. Le tue schegge interiori, frammenti

spezzati di vetro [frattaglie eterogenee]

scalfivano con lieve noncuranza la superficie lucida

dilatata, delle tue pupille [lontane].

 

Schegge di specchi, riflessi di mondi finiti

profondi come pozzanghere.

Pozzanghere profonde come fognature.

Io, mi ci perdevo dentro.

 

Tu, frattanto, blateravi nonsense.

Erano schegge di botti e fiaschi violacei,

vinaccio. Fondi inesplorati di bottiglie.

Vuote. Pezzi rotti del mio Ego, smarriti

 

per cieli plumbei. Infranto.

Il mio Ego fece “bada bum” ruzzolando dalle scale.

Scheggiato in miriadi di schegge (tu l’hai).

Ognuna di esse, rifletteva un dramma annacquato.

 

Come potesti non notarlo, dimmi?

Vetro alle fiamme, fiamme all’oblio.

Era notte e il vetro tornò sabbia.

Ma sabbia sporca e scostante era, e scivolò

 

in mezzo a dita vischiose e deformi.

Le dita, aguzze, acuminate… tremolarono.

Luci d’un cero mortuario quasi spento, consunto

sino allo stoppino, sino allo sfinimento.

 

Le dita. Tremolanti. Bramarono.

Le fiamme. Tremolanti. Tacquero.

E poi, spente… ci spensero

mentre il vento di rabbia si morse le labbra.

 

Era notte. E che notte, buffo ragazzo!

Granelli di schegge emersero ed eran freddi,

eterni. Mortali. La condanna all’incomunicabilità

fu irrevocabile. Solitudine,

 

gemella lungamente rinnegata:

un castigo certo. Un fallimento:

lo scotto da pagare per aver perso me stessa

nei tuoi specchi bui di fanciullo depravato.

 

Schegge di specchi, riflessi di mondi finiti

profondi come pozzanghere.

Pozzanghere profonde come fognature.

Io, mi ci ero persa dentro.

 

Era notte. E i miei lunghi boccoli dal colore

del sottobosco ottobrino celavano la bocca golosa

di mirti. Misi un belletto rosso vermiglio.

Per te. Per te solamente.

 

Era notte. E che notte, buffo ragazzo!

Le unghie incongrue tinsi di cremisi

per i tuoi lividi specchi lucidi e dilatati.

Per loro soltanto. E cosa importava

 

se il pregiato calice era oramai vuoto

carente del rossore del vino grumoso

oramai spoglio, di te alfine degno,

cosa importava

 

se non ero assai portata per verbi

allocuzioni, allitterazioni, numeri e vermi

e se a fraseggiare lasciai a desiderare?

E tu, dimmi: cosa importa adesso

 

se  le note ottenebrano un pensiero

impuro di tenebra, indotto e abortito

e se i tuoi specchi non riflettono che nullità?

Cosa poteva mai importare

 

se blu, rossa, pallida eterea o bruna terra io

comparivo in quel frangente ai tuoi occhi?

Un frangente da solo, è assai parca garanzia d’avvenire

ai tuoi occhi sornioni. Del resto, cosa importava

 

sai tu dirlo, controverso eroe al rovescio,

paladino di formule fumose e forzate,

se fu la tirannia del “Tomorrow”

ad orchestrare i tuoi gesti da baby ventriloquo?

 

Tormentoso tamburo tribale

Tomorrow Tomorrow TOMORROW  

domani domani DOMANI

fallace farlocca promessa   

 

[tic tac tic tac. Tac tac]

 

Ma era notte. Le lancette, baffi di Gatto,

proseguirono il loro presagito percorso.

L’intuizione mi tradì e le note, ahimè, non mentono.

Il vetro… crollò. Sui tuoi infidi specchi

lucidi e dilatati, miseramente crollò.

 

La notte fuggiva adagio ed io,

io misi un belletto vermiglio

per accedere alle porte chiuse

del tuo banale serraglio sentimentale.

 

Il mio volto non più giovane come un tempo.

La mansarda vista al rovescio. Il tetto.

Erano un mondo fantastico per illudersi, sai,

mio caro, strano ragazzo. Invischiati in melograni marci.

 

Ma in fondo… era notte. Che notte, buffo ragazzo!

Era ottobre. Uno qualunque.

Le emozioni spandevano il lezzo dolciastro

del tamarindo, delle ortiche croccanti sotto piedi nudi.

 

Fragranze stomachevoli invasero i nostri sensi avviluppati.

L’aria stessa ristagnava calcinacci e polvere,

lenzuola intatte profanate da pudichi arti sfiorati.

Solo specchi deformati di scuri abissi intrecciati.

 

[Ma eran truccati!]

 

Misi un belletto vermiglio,

il più forte che avessi, per te.

Per te solamente, non lo rimetterò

oggi. Tomorrow. Il cambiamento è TOMORROW. 

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