Il cambiamento è vita

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PAVENTI, PAVONE

Paventi, Pavone, portenti, e precedenti piccoli pretendenti, pusillanimi proci, in convivio al pantaleico pasto presso il protiro della tua potestà.

Paventi, Pavone, partenze, paste vitree ai placidi plumbei orizzonti poseidonei della tua pochezza di fantasia pocherrima ed integerrima.

Paventi, Pavone, parti improvvisi della mia poco praticantemente pratica – mente, tu paventi pargoli, trasposizioni partorite dal mio palpitante cuore, potenti parametri di paragone eccelsi che chissà dove vogliano andare a parare (per quali porti lontani), passerelle d’amanti primatisti, parate di podisti in pessime condizioni precarie, prepotentemente competitivi, pesantemente presenti per (petuamente) te solo.

Paventi, Pavone, pose procaci e prose premesse di porno provocazioni, pinte di pianti, precetti libertini, pozze di porridge che prende il palato e lo fa pastoso di piscio.

E piantala.

Paventi, Pavone, pretendi, pavoneggiando precipitose posizioni pro – otelliche, imponendo possenti ponti di pallosa impotenza verbale, predando una pazienza che imperitura, semi – impassibile, persiste, pestata e predata di peso proprio da una prole peripatetica di prodigi prodighi di litigi peri patetici.

Paventi, Pavone, paventi sempre, tu, lasciandoti precipitare dai palmi preziosissime porzioni di particolarissima felicità (apparente, è probabile, però possibile), procacciando pareti di distanze, profanando pericolanti ma pericolosi princìpi, postumi di petrolio parentale.

Paventi, prode Pavone, permeato di perduta passione spossata.

Paventi, e paventando, mi perdi.

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IO ESISTO!

Un giorno mi misi a gridare nel bel mezzo di un noto bar catanese con quanto fiato avevo in gola.

Ero a pezzi, e nessuno sembrava vagamente interessato a ricomporli.

Ho scelto questo insulso spazio per lanciare lo stesso messaggio, con la stessa probabilità di essere colto che ha una bottiglia lanciata in mezzo all’Oceano Indiano, ma nella speranza che tu lo recepisca, anche inconsciamente. A volte penso che l’unico modo per trasmetterlo sia morire; altre volte vivere. La gente mi sente, ma non mi ascolta, troppo impegnata a sputare sentenze e sproloqui gratuiti aggrappandosi alla propria superficialità quasi fosse l’ultima ancora di salvezza. Mi guarda (impossibile non farlo, quando si è sopra un tavolo a strillare un monologo illogico sotto gli occhi calmi e pacifici di tua madre, forse l’unica in grado di comprendere), ma non mi vede.

A volte, penso.

 

 

 

«IO ESISTO!»

urlai a squarciagola davanti a tutte quelle persone sconosciute ed indifferenti.

Ma loro, sentendomi senza ascoltarmi, guardandomi senza vedermi, sgranarono gli occhi e mi chiusero la porta in faccia (letteralmente).

2004

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