Il cambiamento è vita

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NON PERDIAMOCI DEL TUTTO

“E comunque vada tra noi non vorrei perderti del tutto. Quando sentirai di riuscire a parlarmi fatti sentire.”

Non perdersi del tutto. Ma che vorrebbe stare a significare? E ché, adesso le persone si perdono anche un pezzo per volta, a percentuali, a porzioni? Prima un naso, poi una mano, poi una bocca? Infine, come ultima cosa, i ricordi? Perdere i difetti, mantenere solo le virtù? Eliminare il brutto che c’è in tutti, salvando solo il necessario, solo il salvabile? Il tutto per la parte o la parte per il tutto. Perdersi per poi ritrovarsi. Perdersi e basta. Perdersi per non pensarci più. Come bere un bicchier d’acqua. Perdersi perché è più facile che aversi. E’ più facile perdersi che trovarsi, e mantenersi. Mantenersi, soprattutto. Mantenere integri identità e principi, ideali e ambizioni, sogni e visioni. Quelli condivisibili e quelli che non. Quelli che creano progetti in comune, proiezioni di mondi futuri possibili e lontani, poi non così lontani, solo potenzialmente realizzabili. C’è da metterci i mezzi. Quelli, invece, non condivisibili. Solitari e per loro stessa natura, non comuni né comunicabili. Perdersi e non parlarsi, non bisticciare, non raccontarsi, non condividere, non comunicarsi più. Perdersi per comunicare, a distanza, dietro i paraventi filtrati della civiltà, della nonchalance simulata, del buon viso a cattivo gioco, delle apparenze simulate, della maschera da mostrare, del costume e società, del sorriso di circostanza, della buona creanza, della ipocrisia colta in flagranza. Perdersi poco o perdersi molto, tutto d’un colpo, di botto, senza preavviso, senza countdown, in un baleno, come un fulmine a ciel sereno che ha squarciato uno status quo a colpi di qui pro quo, schianto nel buio, botta nel sonno, insopportabile sveglia, di quelle proprio i n s o p p o r t a b i l i che traumatizzano senza far acclimatare alla soglia labile e imperitura che separa il sonno dalla veglia, il facciamo finta che dall’adesso facciamo sul serio. Perdersi a poco a poco, con delicatezza, senza fretta, discendendo con discernimento lungo il declivio dell’edulcorato educato rispetto reciproco, il pendio della metabolizzazione, implicazione inalienabile del trapasso a una condizione differente che sprofondi nell’indifferenza generale di un non sentire affettato, appena appena apatico, a poco a poco mitigato nel normale, nel di norma così van le cose e non c’è niente che si possa fare se non rassegnarsi e perderci le speranze. Perderci. Noi. Voi. Loro. Essi. Egli. Lui. Tu. Io. Perdersi nell’oblio del “ho sentito dire che adesso fa, dice, pensa, lavora, cammina, esce, eccede”. Ecce l’ombra. Ecce il pezzo. Quel pezzo che si tentava a tutti i costi di tenere stretto tra le dita, di non lasciare andar via, di trattenere, imbrigliare, afferrare, ancorandosi ancora a precedenti reminiscenze di perseveranza caparbia e cocciuta, preservando il personale attaccamento alla perdita del perso perdersi, del proibito provare a procacciarsi un ultimo gheriglio di pastosa protervia sentimentale, di possibile panoramica retroattiva proiettata verso piccoli spiragli di pericoloso sperare di mantenere. Mantenersi. Perché è più facile, prevalentemente e preminentemente più facile è perdersi, che non mantenersi. Mantenersi, soprattutto. Mano nella mano, mollica dentro al pane, mantecarsi in un tutt’uno di meriti persi in incontrastati detestabili imbattibili demeriti. Masticando un malcelato volersi staccare a morsi pur di ingerirsi e non perdere il tutto, ma rubare qualcosa, anche di poco conto, purché digeribile. Un lembo di pelle, un dito del piede, un polso, un fianco, uno sfintere, un collo, un brandello di nuca odorosa. Un pezzo qualunque, una parte qualsiasi. La parte per il tutto o il tutto per la parte? Mantenere un pezzo, perché tenere unito il tutto è troppo difficile e bisogna scendere a compromessi pur di non perdere. Perché perdere il quasi tutto è sempre meglio che perdere del tutto, completamente, definitivamente, senza remissione di peccati o revisione di colpa. Così si perde. Per mantenere. Per tenere. Per tenersi. Si perde e ci si perde per non perdersi e prepotentemente si perdono le occasioni di non perdere neanche un piccolissimo punto nella retta infinita della pruriginosa pachidermica parte che perdona ma che non partecipa, che picchietta alle porte della partitiva tardiva presa di coscienza, ma che, particella perdente posta a pseudo principi di puntiglio puntualizzato e puntualizzante, povera di tutto, possedente niente, parca di peccaminosa volontà di mantenersi parte attiva della partita, non si mette in gioco, e non percepisce né prosegue né punta all’amore, ma a se stessa mente e perdendo si perde e ci si perde, se non del tutto, anche solo in parte, il tutto non è che una parte e una parte non è mai il tutto.

pp

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